ELIMINIAMO I SINDACATI?? MIA RISPOSTA A GRILLO

HO RIVERSATO TALE MIA LETTERA NEL BLOG DI BEPPE GRILLO.. NATURALMENTE NON MI ASPETTO ALCUNA RISPOSTA DAL MEDESIMO VISTO CHE IL SUO BLOG NON LO GESTISCE LUI DIRETTAMENTE MA E’ OPERA DEL SIGNOR CASALEGGIO …….

 

RISPOSTA A BEPPE  GRILLO

Immagine di copertina


 

Non sono d’accordo con Grillo per quanto riguarda l’eliminazione dei sindacati. Invece i sindacati dovrebbero riformarsi mettendo nei loro statuti (che sono drammaticamente  uguali a quelli dei partiti) un codice etico. Purtroppo i sindacati non svolgono piu’ con purezza il proprio ruolo a difesa dei lavoratori in quanto compiacenti con lo status quo. Essi stessi sono diventati nel corso degli anni imprenditori, datori di lavoro, hanno le mani in pasta in qualsiasi business (statale, parastatale, regionale, provinciale e comunale. Sono diventati essi stessi una piovra come i partititi. Ormai i sindacati lavorano solo per se stessi. A volte addirittura come i partiti gonfiando i loro iscritti, usando come ariete  i pensionati (verra lobby di potere per fare eleggere i soliti amici degli amici) . I sindacati ormai fanno solo marketing a loro esclusivo vantaggio. In alcune vecchie e nuove inchieste giudiziare che qui ho riversato  alcuni  sindacati sono stati accusati addirittura di associazione a delinquere.. come i loro cugini politici. Sono una costola di alcuni schieramenti politici a cui i medesimi tra l’altro non fanno mai mancare i loro voti di preferenza durante le elezioni politiche sia  a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale.  Il sindacato purtroppo nonostane i numerosi scandali che li hanno visti coinvolti a livello giudiziario non sono propensi ad un vero e proprio rinnovamento… come i partiti si credono inattaccabili, onnipotenti e come i partiti sono diventati una casta sprecando soldi pubblici, contributi pubblici a fondo perduto per foraggiare clientele di amici degli amici. In Italia purtroppo le cose non cambieranno mai se questi signori non cambieranno al proprio interno la loro non trasparente e a volte illegale status. Grillo invece di chiedere la testa dei sindacati dovrebbe  fare nuove proposte legislative innovative per costringere la lobbiy sindacale a fare solo il sindacato tutelando i lavoratori e solo i lavoratori senza fare business . Ma tutti criticano senza alla fine proporre soluzioni… vediamo poi ex sindacalisti,  ex segretari di partito che  una volta in disarmo entrano in politica e li fanno altri danni…insomma questa commistione fra politica e sindacato ha fatto e farà solo danni al paese .. e noi cittadini onesti paghiamo questi danni con le nostre tasse.. che alla fine servono a foraggiare i loro giochi di potere, il loro interessi, i loro privilegi che nulla hanno a che vedere con noi onesti lavoratori. Il precariato lavorativo ò nato sia per la malagestione politica ma anche perchè il sindacato non ha fatto nulla per evitarlo…i precari siamo tutti noi lavoratori onesti che non abbiamo più tutele.. mentre in politica e nel sindacato non esistono precari..anzi  queste due lobby sono  sempre più fiorenti in quanto vivono di contributi milionari che ricevono dalle nostre tasse… ma questo non basta .. visto che molti di loro addirittura rubano, fanno affari sporchi ecc… Cerchiamo allora di fare cambiare rotta a lorsignori…

 

ANCHE UN SEMPLICE PASSA PAROLA PUO’ A VOLTE SENSIBILIZZARE L’OPINIONE PUBBLICA.. RIBELLIAMOCI CONTRO QUESTO STATUS QUO.. OGNUNO DI NOI PUO’ FARE TANTO…

 HO RIVERSATO TALE MIA LETTERA NEL BLOG DI BEPPE GRILLO.. NATURALMENTE NON MI ASPETTO ALCUNA RISPOSTA DAL MEDESIMO VISTO CHE IL SUO BLOG NON LO GESTISCE LUI DIRETTAMENTE MA E’ OPERA DEL SIGNOR CASALEGGIO …….

Gabriele Cervi

 

 

Il leader del Movimento 5 Stelle, durante un comizio a Brindisi, propone la sua ricetta per uno “Stato con le palle”: “Le aziende devono essere di chi lavora”. E ribadisce perché è sceso in campo: “Potevo starmene a casa, ma non potevo fare il pensionato mentre il mondo va allo sfacelo”

Grillo attacca i sindacati: “Eliminiamoli, sono vecchi come i partiti”

I sindacati sono vecchi. Dunque, meglio eliminarli. E’ questa la ricetta di Beppe Grillo per uno

“Stato con le palle”, come lui stesso lo definisce in un comizio a Brindisi. “Sono una struttura

vecchia come i partiti – sostiene il leader del Movimento 5 stelle -, le aziende devono essere di

chi lavora”.

 

 

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POLITICI CARISSIMI: LA SOLA CAMERA DEI DEPUTATI CI COSTA 2.215 EURO AL MINUTO

  

 

 

 

 

 

i privilegi dei sindacati

 FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA DOMENICA 17 LUGLIO 


 

I PRIVILEGI DEI CONSIGLIERI REGIONALI E QUELLI DEI SINDACATI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA DOMENICA 17 LUGLIO 2011


 
 
 
 

Quattro parole in libertà

Mai come ora, si sente la voglia di rinnovamento in politica  e nel suo indotto. I referendum hanno riportato il popolo a riprendersi (anche se per un momento) la propria sovranità popolare. La gente ha dimostrato la voglia di cambiamento, mentre la classe politica  sempre più vecchia, e incapace non riesce a rinnovarsi e a rinnovare il paese. Questi oligarchi di partito, questi Guelfi e Ghibellini  capaci solo di farsi guerra e fare guerra  per qualche poltrona in più sono diventati personaggi da repubblica delle banane.. Il nostro paese certamente non li merita perché gli italiani (almeno la maggioranza) ragiona ancora con il proprio cervello.. anche se non avendo alternative.. è facile preda dei predatori politici di turno…

Abbiamo una classe dirigente in  politica  che oltre ad essere vecchia, non produce idee nuove limitandosi di gestire lo status quo .

Nei partiti l’onestà è un optional come è un optional la democrazia interna. I partiti sono  da sempre  delle roccaforti dove non si decide liberamente condividendo intenti,proposte e nuove idee… Le federazione, le sezioni di partito  si sono ridotte solo a portare acqua ai Leaders di partito e a mera propaganda sul nulla….

 Di conseguenza il parlamento è diventato  una cassa di risonanza per i partiti portatori di interessi di casta e di privilegi sempre più consolidati e di non facile estirpazione.. 

Il demerito di Sivlio Berlusconi  è stato quello di palesare  e di perpetuare l’onnipotenza di chi ,arrivato al potere, su mandato popolare  strada facendo ne ha tradito  le aspettative e i sogni di tutti  coloro i quali hanno creduto in lui.

Ma Silvio Berlusconi a ben vedere non è mai stato nuovo.. uno che arriva dalla corte di Craxi e che ha avuto nei vecchi partiti aiuti e soccorso (per le sue aziende) non poteva essere il nuovo.  Ma la gente nonostante il suo passato gli ha dato fiducia, gli ha creduto.. La gente allora come adesso non aveva alternative.

Attualmente il nuovo in politica non esiste come non esiste la condivisione per il bene comune..

Fino a quando i partiti non faranno pulizia al  loro proprio interno, fino a quando  verranno gestite le segreteria di partito ad personam, fino  a quando chi  fa politica la fa per un proprio  tornaconto personale.. la politica non potrà mai essere riformata perché non conviene in primis a coloro i quali la usano per mercimonia.

Tutto quello fin qui prodotto dai politici è servito a rafforzare le loro case vuote di valori ma piene di interessi..e di business…

Loro i partiti sono unici nella loro disonestà…non ci risulta che in Europa ci siano partiti (oltre al nostro) chei gestiscono finanziamenti pubblici,  senza controlli ma soprattutto occultando i propri bilanci.

Vorremo sapere  dove esistono oligarchi come i nostri che dopo 20. 30. 40. 50 anni di incarichi e di potere sono ancora sulla scena  politica a comandare  ma soprattutto a fare i propri interessi..

 In verità ,Il sitema politico italiano è un caso a parte..dove un certo potere politico  ormai obsoleto continua a reiterare iniquità e interessi di parte…

.. Ill paradosso è che quando cadrà  Berlusconi coloro i quali   lo sostituiranno  (siano essi di destra o di sinistra) non saranno alternativi e innovativi   al sistema in quanto vecchi oligarchi che hanno scelto di condurre la propria esistenza gestendo  come dittatori il proprio partito..

Forse è il caso di iniziare a prendere come cittadini , qualche decisione, a formulare qualche proposta  dalla base  per fare piazza pulita una volta per tutte

·          Gabriele Cervi

 

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L ‘ALTRA CASTA

di Stefano Livadiotti

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti 

Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “E’ antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. “E’ il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico. 


Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d’incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (“I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato prere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

 

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L ‘ALTRA CASTA


Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto. 

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

Il caso

La Casta rivuole i suoi soldi

Con un tempismo perfetto e al grido di ‘Ridateci gli stipendi tagliati ingiustamente’ un gruppo di consiglieri pugliesi ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura: una cifra che si aggira intorno ai cinque milioni di euro

, spiega come non arrendersi al sondino di Stato

 

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L ‘ALTRA CASTA

di Stefano Livadiotti(02 agosto 2007)

Forza lavoro gratuita
E’ quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.

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IL FOCUS: RAPPRESENTANZA E DIRITTI

Sindacati, la casta in crisi

Diritto di veto e iscritti insofferenti. Il caso Alitalia e la difesa dei privilegi

 

 

 

Nella remota eventualità che riescano a mettersi d’accordo, le ultime quattro sigle delle 43 organizzazioni sindacali scolastiche potrebbero perfino convocare un tavolo di scopone scientifico, in virtù del loro solitario iscritto. Piano con lo stupore. Perché nel mondo parallelo delle confederazioni, le dimensioni non contano. Nel settore ippico ci sono il contratto di base e quello per i cavalli da corsa, anzi, quelli, al plurale perché le normative sono differenti per il trotto o il galoppo. Le imprese che producono ombrelli e ombrelloni godono di un’unica intesa, che però differisce da quella delle aziende che forniscono il manico del manufatto. Per stare sull’attualità: nel 2007, la più piccola delle 13 sigle dell’Enav, ente controllori di volo, cinque tesserati, uno zoccolo duro di sostenitori che starebbe largo in un monolocale, riuscì a far cancellare 320 voli in un solo giorno. 

Domanda d’obbligo: queste giornate sono la riproduzione riveduta e corretta dell’autunno Ottanta? C’è la sensazione diffusa che rappresentino comunque un passaggio delicato nella vita del sindacato, che segnino una svolta nella sua credibilità. Sta arrivando un libro che si chiama L’altra casta, e sembra essere un Atlante della crisi, o almeno un suo sintomo. Naturalmente, c’è un capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l’azienda più sindacalizzata d’Italia, nel quale si apprende — tra le altre cose — dell’esistenza sancita per contratto di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione. D’accordo, così è troppo facile. Basta aneddoti. Ce ne sono tanti, troppi. Il problema è un altro. Alcuni libri hanno la fortuna o la capacità di cogliere lo spirito dei tempi, di intercettare uno stato d’animo comune, giusto o sbagliato che sia. 

L’altra casta, scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L’Espresso, è uno di questi libri. Un pamphlet, che opera una dissezione da autopsia dei sindacati italiani, definiti «macchina di potere e denaro». Ne elenca in modo analitico le storture, gli organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente, lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi che autorizzano l’autore a usare il termine ormai negativamente iconico di «casta». Ma soprattutto, questo è forse l’aspetto più controverso, ne mette in luce la perdita di identità, le debolezze e i limiti nel recitare il ruolo importante che dovrebbero avere nel Paese. Nel mare di cifre, storie e statistiche forniti da Livadiotti, è questa accusa, la più empirica, che ferirà i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. L’autore enuncia la tesi con una certa ruvidezza: «L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo». 

Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. «Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi ». L’altra casta, è bene dirlo, è un’opera brutale, una specie di libro nero del sindacalismo, e in quanto tale destinato a dividere, a far discutere. Ma le frasi citate qui sopra non vanno controvento, perché rappresentano davvero un sentimento di insofferenza verso il sindacato, questo sindacato, che nell’Italia del 2008 si respira a pieni polmoni, e negarlo sarebbe stupido, persino autolesionistico. Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. «Dove comandano loro», è il titolo programmatico del capitolo dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l’87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore, Keplero e Copernico se ne facciano una ragione. Si viene a sapere inoltre dell’esistenza di un Comitato nomi, invenzione che sarebbe piaciuta tanto al compianto Beppe Viola, fondatore con Enzo Jannacci dell’Ufficio facce. Trentasei dipendenti per suggerire come battezzare i nuovi aerei, finché ci sono stati soldi per comprarli. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di Euro. E gli ultimi eventi, il cestinamento dell’offerta di Air France, la penosa rincorsa ai suoi dirigenti per riportarli al tavolo delle trattative, portano acqua alla tesi di chi, Livadiotti è tra questi, vede in Alitalia il punto critico che fissa l’incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale. 

Che brutta questa immagine di un sindacato privo di autorevolezza ma sempre pronto ad esternare su qualunque aspetto dello scibile umano. Nell’ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ecco, ne L’altra casta c’è quasi tutto per chi cerca conferme alla propria disistima verso i sindacati, compresi certi toni davvero duri. Per gli altri, mancherà sicuramente un capitolo dove si dia conto dei meriti storici del sindacato italiano, anche senza prenderla troppo da lontano, Portella della Ginestra, le lotte del dopoguerra, cose che stanno nei libri di storia, o della sua capacità — intermittente — di essere una delle ultime istituzioni che porta i propri iscritti a ragionare anche di temi elevati, di ideali. Manca l’onore delle armi all’avversario. Ma forse, come le pipe di Magritte, un pamphlet è un pamphlet, null’altro che questo.

Le contraddizioni del sindacato da antipotere a casta

Marcello Mancini

Cara Nazione
non sarebbe l’ora di sapere qualcosa di più sui bilanci dei nostri sindacati? Il sindaco Renzi ha infilato il coltello nella piaga. Ora scopriamo anche i loro stipendi, i loro permessi retribuiti, i loro privilegi. E poi, perché tutte le pratiche devono passare per i loro patronati anche con costi eccessivi se non sei iscritto? 
 

Marco Del Graco, Lucca

Risponde Marcello Mancini, vicedirettore de La Nazione

 IL SINDACATO è un istituto benemerito, che ha strappato conquiste straordinarie e smascherato ingiustizie inaccettabili pagando anche prezzi altissimi. Ha attraversato gli anni bui della Prima Repubblica lacerato da contraddizioni che solo la storia potrà giudicare. Però si è fatto prendere la mano, e in un Paese socialmente fragile come il nostro è andato un po’ oltre il ruolo di difensore dei diritti dei lavoratori. Trasformandosi da strumento di lotta al potere in potere esso stesso. Con le degenerazioni del caso: quelle che dovevano essere sacrosante garanzie democratiche degli organismi sindacali, in alcune situazioni hanno contribuito a creare una casta che talvolta rischia di difendere i propri privilegi più dei lavoratori. L’intervento della Cgil sui negozi aperti per il Primo maggio, ha rappresentato l’esempio più rumoroso degli steccati ideologici di cui alcuni sindacati coltivano ancora l’anacronismo. Il futuro apre scenari nuovi per il mondo del lavoro e dei rapporti industriali, ai quali bisognerebbe adeguarsi senza ancoraggi a posizioni anti storiche.

Marcello Mancini

 

È del poeta il fin la meraviglia,
parlo dell’eccellente e non del goffo,
chi non sa far stupir, vada alla striglia!

Giambattista Marino


Ma anche qui non credo che si potrebbe evitare di fomentare in questo modo la lotta degli intellettuali borghesi contro la classe operaia. Lo stesso vale direttamente per il “lavoro sindacale rivoluzionario”. Chi volesse combattere i closed shop od altri caratteri fascisti dei sindacati americani oppure anche soltanto i più potenti e corrotti orrori della burocrazia contro gli operai stessi ecc. si troverebbe a lavorare inevitabilmente per la borghesia ed il capitale contro la classe operaia.

Lettera di Karl Korsch a Paul Partos del 26-29 luglio 1939

Stefano Livadiotti, “L’altra Casta – privilegi, carriere, misfatti e fatturati da multinazionale. L’inchiesta sul sindacato”, Bompiani, Milano 2008.

Com’è noto, da qualche tempo hanno uno straordinario successo libri, saggi, articoli volti a denunciare la cosiddetta casta intesa come una costellazione di gruppi sociali privilegiati (1).
Per comprensibili ragioni, la casta additata per antonomasia al pubblico disprezzo è quella politica. 
D’altro canto, la denuncia dei privilegi e della corruzione della casta stessa e, preso, l’abbrivio, delle sottocaste è divenuta una redditizia professione (2) al punto che non sarebbe eccessivo parlare di castologia e di una vera e propria casta dei vituperatori della casta.
È mio convincimento profondo che il dir male della classe politica non abbia, in sé, alcuna valenza sovversiva. Il “piove governo ladro!” non è poi una novità e molti dei moralisti da bar che si dedicano a quest’attività sono nella loro vita personale non migliori dei tanto disprezzati politici dai quali li divide solo una condizione che meno favorisca l’appropriazione di pubblico denaro e, quando si danno alla politica, diversi di questi moralizzatori si dimostrano assolutamente corrompibili come e più di quanto lo sono gli oggetti delle loro polemiche.
Quando, però, libri come quelli di Stella e Rizzo vendono più di un milione di copie, quando Beppe Grillo riempie le piazze, è opportuno domandarsi, per un verso, se siamo di fronte a fenomeni che vanno oltre la chiacchiera da bar e, per l’altro, di che qualità è questa corrente di pensiero e a cosa è funzionale.
Alla prima domanda azzarderei una risposta assolutamente provvisoria. Vi è, in ampi settori dell’opinione pubblica, un discreto interesse per il funzionamento della sfera politica. Se così non fosse non si spiegherebbe il successo di trasmissioni televisive dedicate, appunto, alla dialettica politica ed ancor meno quello di libri come quelli di Stella, Travaglio, Livadiotti.
In altri termini, la tanto disprezzata sfera della politica è oggetto di interesse e lo è, in misura decisamente più che proporzionale da parte della classe media semicolta, quella che, per intendersi, si leva al mattino e guarda Omnibus su TV 7 e Il Caffè sulla Terza rete. 
A cosa miri la polemica contro la/le casta/e è un po’ più difficile da comprendersi ma non siamo di fronte ad un mistero irrisolvibile.
Nel caso del libro di Stefano Livadiotti, è evidente la volontà di stupire e scandalizzare il lettore raccogliendo una massa, per la verità, un po’ disordinata di notizie, casi, opinioni sul misterioso universo dei sindacalisti.
E, per la verità, molte delle informazioni raccolte hanno un fondamento di realtà. Pagine e pagine sono dedicate alle forme di finanziamento dei sindacati, alla pletora di funzionari, distaccati, delegati e al loro ruolo di freno rispetto ai processi di innovazione della pubblica amministrazione, alla loro attitudine “conservatrice”.
È interessante, però, notare che Livadiotti si concentra sull’universo del pubblico impiego e, in altre parole, sul settore dove tradizionalmente i dirigenti sindacali sono anche dirigenti dell’amministrazione, dove le carriere si intrecciano, dove sistema dei partiti ed apparato sindacale si sovrappongono. 
Suo interesse è, di conseguenza, denunciare i privilegi della casta sindacale, per un verso, e quelli dei pubblici dipendenti, per l’altro, intesi essi stessi come macrocasta.
Viste le recenti esternazioni del ministro Renato Brunetta è probabile che, a breve, assisteremo a nuovi tentativi di mettere in pratica la grande moralizzazione del pubblico impiego che da decenni viene invocata da destra e da sinistra. 
Come poi finiranno è un altro discorso se si considera che uno dei supporter più decisi di Brunetta è il surreale Raffaele Bonanni, segretario generale della CISL ed espressione fisica, direi carnale, di quel mondo di travet che Brunetta minaccia di annientare.
Un fatto è, però, certo: un’azione volta a colpire i “privilegi” reali o presunti dei dipendenti pubblici non potrà che suscitare forme di resistenza da parte di coloro che ne saranno colpiti e soprattutto da parte dei molti lavoratori pubblici che sentono quest’attacco come profondamente ingiusto visto che è ragionevole supporre che i furbastri sono proprio quelli più capaci di correre in soccorso al vincitore e, nella fattispecie, alla destra aziendalista.


 Scontro frontale?

Insomma, mi pare assolutamente evidente che il buon Livadiotti esprime l’umana ostilità del cittadino medio contro il funzionario pubblico e lo fa in maniera sovente divertente. 
Diversi dirigenti sindacali, siano di CGIL-CISL-UIL o dei sindacati corporativi loro sodali e concorrenti, vengono descritti con gusto nel loro ruolo di eroi del sindacalismo delle mezze maniche.

Ma Livadiotti ha chiaro quale sia il modo per fare male alla burocrazia sindacale: colpirla nel portafoglio e lo dice apertamente quando scrive:

“All’inizio degli anni ottanta, quando la lady di ferro Margaret Thatcher decise di regolare i conti con lo strapotere delle Trade Unions, puntò dritto al loro sistema di finanziamento.”

Il fatto è che il secondo governo Berlusconi, 2001-2006, non ha nemmeno provato a colpire la casta sindacale, al contrario si è appoggiato a CISL e UIL e cioè ai settori più corrotti del sindacato confederale, per non parlare dei sindacati autonomi corporativi, per isolare la CGIL. Una politica, se vogliamo, di destra ma certo non una politica liberista.
Nulla induce chi scrive a ritenere che il terzo governo Berlusconi punterà ad uno scontro frontale con l’apparato sindacale ed, anzi, vi sono ragioni per ritenere che cercherà una mediazione e troverà interlocutori disponibili come dimostra la recente scelta di CGIL-CISL-UIL di “proporre” a confindustria e governo una “riforma della contrattazione” che concede tutto il concedibile per quanto riguarda retribuzioni e diritti in cambio della salvaguardia del potere e delle risorse dei sindacati concertativi.
Per dirla tutta, si denuncia la burocrazia sindacale per colpire i lavoratori.

Chi verrà sicuramente colpito, infatti, dall’asse confindustria-governo-apparato sindacale è il lavoro dipendente e le prime avvisaglie si vedono.
Da che parte stia Livadiotti, giornalista de “L’Espresso” e, con ogni evidenza, sinistro di destra lo rende evidente una frase a pagina 214 del suo libro:
”Negli Stati Uniti, all’inizio degli anni ottanta, i controllori di volo abbandonarono tutti insieme gli schermi radar. Erano tanti: 12 mila. E si sentivano forti. Ronald Reagan, all’epoca inquilino della Casa Bianca, li licenziò in blocco e poi si ritirò in vacanza nel suo ranch. In televisione mandò il ministro dei trasporti Drew Lewis, che tagliò corto: ‘Lo sciopero è risolto perché gli scioperanti sono stati licenziati ’. Indimenticabile.”
Appunto, indimenticabile e indicativo. La denuncia, fondata, della natura corrotta e conservatrice della burocrazia sindacale, quella, sovente demagogica, ma con qualche fondamento delle sacche di parassitismo nel pubblico impiego, portano ad un obiettivo vero e radicale: la distruzione dei diritti e dello stesso movimento dei lavoratori, una vera e propria rivoluzione conservatrice che individua in un generico cittadino il soggetto da scagliare contro i “privilegiati”, soprattutto se sottoprivilegiati o, banalmente, collocati nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E, per di più, quest’attacco avviene con argomentazioni in parte condivisibili e, se vogliamo, “di sinistra” e proprio per questo motivo merita la massima attenzione critica.

Si tratta, allora, dal punto di vista di classe, di legare la critica alla casta a quella della funzione sociale della casta stessa e cioè a quella di garantire al padronato pubblico e privato la sottomissione del lavoro dipendente.

 

  

 

 

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Varese, platea Cisl critica Bonanni
“Troppo morbido con il governo

 

Durante l’intervento di questa mattina al centro congressi Ville Ponti, il leader

 

del sindacato è stato più volte interrotto dalle grida di protesta che si sono levate

 

dal pubblico: “Basta, vogliamo altro”

 

Bonanni dì qualcosa da sindacalista”. Potrebbe essere riassunta così la critica rivolta questa mattina al segretario della Cisl Raffaele Bonanni, durante l’intervento di questa mattina al centro congressi

Ville Ponti di Varese, nell’ambito del consiglio generale degli iscritti Cisl, allargato a tutti i direttivi di categoria. Il

segretario della Cisl è stato interrotto ben due volte durante

il suo discorso. Oltre ad essere stato criticato indirettamente dagli altri relatori, che hanno chiesto una linea più decisa

sulla manovra e sulle politiche del governoBerlusconi,

Bonanni è stato contestato frontalmente e in maniera

vibrante da buona parte della folta platea (oltre trecento i tesserati presenti).

Nel mirino sono finite le posizioni troppo morbide espresse

dal sindacato nei confronti del governo.A darne notizia è il quotidiano locale La Provincia di Varese. Quando il segretario ha cercato di parlare della necessità di infrastrutture, criticando

il movimento No Tav, è stato bersagliato dalle grida di

protesta che si sono levate dal pubblico: “Basta, vogliamo altro”. Il sindacalista ha fatto un intervento molto politico, parlando della necessità di tagliare i costi della spesa

pubblica, indicando come centri di costo le strutture di sottogoverno e le municipalizzate, rincarando la dose sugli

enti locali, dicendo: “Le Regioni – ha detto – sono come Stati, le Province vanno abolite mentre di Comuni ne basterebbero

la metà per fornire i servizi”, sottolineando la necessità di mantenere aperto il dialogo con il Governo. Su questa affermazione il discorso è stato addirittura interrotto dalle proteste.

Bonanni è tornato anche sul tema dell’articolo 8: “Abbiamo ottenuto che i sindacati fossero veri sindacati, ovvero i tre

più comparativamente rappresentativi”. Nelle scorse ore aveva detto che si è fatto troppo allarmismo sul tema, affermando che, anche se la legge lo consente, il sindacato non si sognerà mai di derogare al contratto nazionale per licenziare. Una posizione che ha incassato il sostegno divertito del ministro Sacconi, che per spiegare le sue ragioni aveva anche adopera

to la barzelletta delle suore violentate a mo di metafora.

Dopo le due interruzioni Raffaele Bonanni è tornato a

parlare, cercando di recuperare la platea con argomenti più marcatamente sindacali e posizioni più critiche nei confronti del governo, sottolineando come ci sia la necessità di rivedere in parte la manovra. Ma ormai la frittata era stata fatta

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ELIMINIAMO I SINDACATI?? MIA RISPOSTA A GRILLOultima modifica: 2013-01-19T14:37:00+01:00da mobbing21
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