Amore, coraggio, libertà, frutti di Dio

 

 

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Amore, coraggio, libertà, frutti di Dio
 

 

 
 
V Domenica di Pasqua 
Anno B

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto». (…)

Nel brano tutto ruota attorno ad una immagine concreta e ad un verbo: la vite e dei tralci, il verbo «rimanere». Cristo vite, io tralcio: io e lui la stessa cosa! Stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Lui in me e io in lui come figlio nella madre, madre nel figlio. 
Dio è in me, non come un padrone, ma come linfa vitale. Dio è in me, come radice che invia energia verso tutti i rami. Dio è in me per prendersi cura più a fondo di me. In Cristo il vignaiolo si è fatto vite, il seminatore si è fatto seme, il vasaio si è fatto argilla, il Creatore si è fatto creatura. Non solo Dio con noi, ma Dio in noi. Se ci guardiamo attorno, conosciamo tutti delle persone che sembrano mettere gemme, le vedi germogliare e fiorire. E capisci che sono inserite in qualcosa di vivo!
Rimanete in me. Una sola condizione; non condizionamento, ma base della mia esistenza: nutrirmi della linfa della mia vite. Non sono parole astratte, sono le parole che usa anche l’amore umano. Rimanere insieme, nonostante tutte le distanze e i lunghi inverni, nonostante tutte le forze che ci trascinano via. Il primo passo è fare memoria che già sei in lui, che lui è già in te. Non devi inventare niente, non devi costruire qualcosa. Solo mantenere quello che già è dato, prenderne coscienza: c’è una energia che scorre in te, proviene da Dio, non viene mai meno, vi puoi sempre attingere, devi solo aprire strade, aprire canali a quella linfa.
All’inizio della primavera sui tralci potati affiora una goccia di linfa che luccica sulla punta del ramo. Mio padre mi portava nella vigna dietro casa e mi diceva: è la vite che va in amore! Quella goccia di linfa mi parla di me e di Dio, dice che c’è un amore che sale dalla radice del mondo e mi attraversa; una vita che viene da Dio e va in amore, in frutti d’amore. Dice a me, piccolo tralcio: «Ho bisogno di te per una vendemmia di sole e di miele». 
Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Il dono della potatura… Potare non significa amputare, significa dare vita, qualsiasi contadino lo sa. Rinunciare al superfluo equivale a fiorire. Perché gloria di Dio non è la sofferenza ma il molto frutto. È come se Gesù dicesse: non ho bisogno di sacrifici ma di grappoli buoni; non di penitenze, ma che tu fiorisca. Nessuna vite sofferente porta buon frutto. Prima di tutto devo essere sano e gioioso io. Così Dio mi vuole. 
Il nome nuovo della morale evangelica è «frutto buono», con dentro il sapore di Dio. Che ha il gusto di tre cose sulla terra: amore coraggio e libertà. Non c’è amore senza libertà, libertà non c’è senza coraggio. E amore libertà e coraggio sono la linfa e i frutti di Dio in noi.  



 


Editoriale: “Umili e poveri servi”
Dopo le elezioni amministrative del mese prossimo e, ancor più, dopo le politiche del 2013, niente sarà più come prima. Lo garantiscono molti capi della politica: alcuni partiti si trasformeranno in realtà del tutto nuove. Cambieranno nome, stile, programmi. Resteranno tali e quali solo le persone, che saranno le stesse di un anno fa, di dieci anni fa…
Il timore è che, ancora una volta, i cambiamenti siano solo frutto di nominalismi, cioè di mutamenti di parole che lasciano invariata la sostanza. Si tratterebbe di furbizie ingannevoli: oggi i partiti godono della fiducia del 2% degli elettori? Cambiamogli nome: non più “partito”, ma “movimento”. Tutto è risolto!
Il metodo non è affatto nuovo: un referendum abolisce il finanziamento pubblico? Gli cambiano nome in Rimborso elettorale, e il miracolo è fatto. Ricordate quando un altro referendum abolì il Ministero dell’Agricoltura? Gli cambiarono nome in “Ministero delle politiche agricole” e tutto restò immutato.  Accade oggi per l’ICI, tassa odiata: ora si chiamerà IMU e siamo a posto.  È lo stesso giochetto usato in altri campi: l’aborto, brutta cosa, diventò legittimo chiamandolo interruzione volontaria della gravidanza. Eutanasia: parola fastidiosa, sostituita da “staccare la spina”. Vale oggi anche per i “bunga bunga” che diventano leciti e simpatici, chiamandoli “burlesque”.
Il problema è, però, di cambiare non le parole, ma i fatti, ridando ai vocaboli il loro vero valore, per cui governare significhi servire il Paese, non servirsene; amministrare voglia dire spendere per il bene comune, non per sé e per i propri familiari e amici; e men che meno, rubare; fare politica sia inteso come lavorare per il Paese e non per arricchirsi. E comunicare significhi dire la verità, non raccontare bugie o barzellette incredibili; come quando a uno regalano splendide case senza che lui se n’accorga, a un altro restaurano la villa senza che lui se ne renda conto… e via barzellettando. Anche perché gli italiani non sono tutti imbecilli come certi politici credono.
Solo sulla strada di un cambiamento reale, che è anzitutto rinnovamento morale, potrà avvenire che niente sia più come prima. E che i cittadini ritornino ad amare la politica e a rispettare i partiti. Perché la democrazia ha bisogno dei partiti; ma questi servono la democrazia solo nella misura in cui si fanno umili servi… e anche un po’ più poveri.
Vincenzo Rini












Amore, coraggio, libertà, frutti di Dioultima modifica: 2012-05-05T21:25:00+02:00da mobbing21
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