31/12/2011
BUON ANNO AMICI ONLINE CHE IL 2012 SIA PER TUTTI NOI S E R E N O
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26/12/2011
IL MIO APPELLO CHE FECI L'ANNO SCORSO PROPRIO DURANTE LE FESTIVITA' NATALIZIE DEL 2010 PER DARE UN SACCO A PELO AI CLOCHARD NON E' SERVITO A NULLA.
Anche per questo mi sento molto amareggiato. Come sempre ho dato voce a chi voce non ha mai avuto.. e alla fine questo nostro status ipocrita e indifferente ha prodotto il nulla.
Si muore nella indifferenza nelle nostre strade, nella opulenza, nel qualunquismo , nell'edonismo e nella falsa bontà e nella solidarietà di facciata.
Gabriele
Tragica morte per «Hans cassonetto»: bruciato dalla fiamme dei cartoni accesi per scaldarsi Lo chiamavano così perchè rovistava nei bidoni dell'immondizia in cerca di oggetti utili. Era il senzatetto più conosciuto della città MILANO - Voleva scaldarsi e far fronte alla gelida notte di Natale, ma le fiamme lo hanno divorato causandogli ustioni mortali. È morto la scorsa notte nel centro di Bolzano, Giovanni Valentin, 66 anni, considerato il più noto senzatetto della città. Era soprannominato "Hans cassonetto", perché rovistava in cerca di oggetti utili nei bidoni dell'immondizia. È accaduto nella notte, alle 1,45, in piazza del Grano dove aveva deciso di trascorrere la notte. L'uomo aveva appiccato il fuoco ad alcuni cartoni. Le fiamme incontrollate lo hanno avvolto in pochissimi secondi. Hans si è messo a correre sotto i vicini Portici in cerca di aiuto. L'allarme è stato lanciato da un ragazzo che ha cercato di spegnere le fiamme ma per Hans non c'è stato nulla da fare. È morto poco dopo essere giunto all'ospedale

Accendono un fuoco in un capannone
senzatetto muore asfissiata dal fumo
La vittima è una donna di 44 anni ecuadoriana che si era riparata nell'edificio per la notte insieme
a un connazionale. Inutile l'intervento dei soccorsi chiamati dall'uomo subito ricoverato a Niguarda
MILANO - Voleva scaldarsi e far fronte alla gelida notte di Natale, ma le fiamme lo hanno divorato causandogli ustioni mortali. È morto la scorsa notte nel centro di Bolzano, Giovanni Valentin, 66 anni, considerato il più noto senzatetto della città. Era soprannominato "Hans cassonetto", perché rovistava in cerca di oggetti utili nei bidoni dell'immondizia. È accaduto nella notte, alle 1,45, in piazza del Grano dove aveva deciso di trascorrere la notte.
30/01/2011 | BARI UN BARBONE STA MALE IN STRADA NESSUNO LO AIUTA FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA 27 GENNAIO




20:57 Scritto da: mobbing21 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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Quelli che dicono no all’Italia dei corrotti
26/12/2011
Quelli che dicono no all’Italia dei corrotti
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Quelli che dicono no conoscono poche parole. Non si raccontano nemmeno. Non predicano, fanno. Quelli che dicono no, spesso, stanno in basso. E se puntano in alto, cercano la strada più giusta e corretta. Onesta, semplicemente. Quelli che dicono no si fermano prima di una tentazione, di un calcolo matematico, di un fruscìo di banconote. S’incazzano. Quelli comeSimone Farina, difensore di Serie B, cinque anni nel Gubbio, rispondono offesi a chi cerca di corromperli: “Io queste cose non le faccio”. E basta. Senza tormenti di coscienza, senza ripensamenti. A Farina offrivano 200 mila euro per truccare una partita di Coppa Italia col Cesena: perdere una gara quasi inutile per far felice lamalavita che col calcio sporco ci campa (e di lusso). Farina gioca, a volte male, a volte bene. Ha un buono stipendio per la Serie B di zona retrocessione, né ricco né povero. E 50 mila euro, imprevisti, fanno la differenza. Ma Farina ha detto no perché mai avrebbe detto sì: “No ai soldi sporchi”. Quelli che dicono no come Simone Farina (e denunciano un ex compagno al capitano e all’allenatore), che mai vincerà un Mondiale, lo fanno per se stessi e per quello che fanno. Non sono tanti, però si fanno sentire. Sono piccoli ingranaggi che fanno saltare sistemi di corruzione studiati, rodati, quasi scientifici. Si mettono di traverso per istinto. No, non per gloria. No, non per apparire. Si fanno ricordare per un giorno, poi tornano lì dove volevano restare. Con la faccia e le mani pulite, qualche sguardo di troppo, qualche domanda stupida cui rispondere. Quelli che dicono no scelgono solo due lettere per stare meglio: no.
Vernamonte e Antonelli – funzionari delle Entrate. I nomi di Francesco Vernamonte eGiuseppe Antonelli dicono poco. Le cronache veloci di agenzie e quotidiani nemmeno li hanno citati . Eppure i due funzionari dell’Agenzia delle Entrate hanno rifiutato una mazzetta di 10 mila euro e 2 sterline d’oro nascoste in una scatola di cioccolatini. Un commercialista romano voleva ammorbidire gli accertamenti fiscali sulla Brunelli Sud spa [estranea al tentativo di corruzione, ndr], un’azienda casearia laziale che ha evaso 5 milioni e 600 mila euro. Vernamonte e Antonelli hanno subito denunciato il tentativo di corruzione. E il commercialista è stato arrestato.
Giovanni Parascandola – l’appuntato. Adesso è tornato a fare il piantone, tre anni fa, l’appuntato Giovanni Ladonea Parascandola girava la Campania e monitorava la discarica diVillarica. Il carabiniere documentava il ciclo dei rifiuti, che tante inchieste giudiziarie e tanti milioni di euro hanno bruciato. Parascandola faceva il suo mestiere, senza spirito ambientalistico, ma perché faceva parte del nucleo a disposizione dei Commissario speciale. Arrivò Guido Bertolaso e sciolse il gruppo. Un maresciallo voleva punirlo. L’appuntato, più che semplice, disse: “Ho fatto solo il mio dovere. Noi carabinieri abbiamo un solo credo, la legalità”.
Raphael Rossi – l’ingegnere dei rifiuti. Nome comune, gesto raro. Raphael Rossi è un giovane ingegnere italiano. È stato vicepresidente dell’Amiat, l’azienda municipale di Torino che si occupa di rifiuti. È stato cacciato perché ha impedito che fosse acquistato un macchinario inutile di 4,2 milioni di euro. E ha fatto arrestare chi voleva corromperlo con una mazzetta di 100 mi-la euro. Il Comune di Torino, sindaco Sergio Chiamparino, non si è nemmeno costituito parte civile nel processo. La storia di Raphael ha un lieto fine. Il sindacoLuigi De Magistris l’ha chiamato a Napoli per dirigere l’Asia, l’azienda del comune che gestisce la raccolta dei rifiuti.
Ambrogio Mauri – l’imprenditore pulito. Ambrogio Mauri ha cominciato con una piccola officina a Desio, in Brianza. Poi è diventato uno dei maggiori costruttori di autobus. Fin quando a Milano, prima di Mani Pulite, lavoravi soltanto se pagavi: se staccavi assegni ai partiti. Mauri non ha mai pagato per lavorare e si è trovato con l’azienda in crisi. Le inchieste di Tangentopoli accesero una speranza, Mauri ci credeva, andò a testimoniare spontaneamente. Prima di suicidarsi, il 21 aprile del ‘97, scrisse una lettera: “Auguro, a chi continua a resistere, di avere maggiore fortuna”.
Fausto Simoni – il dirigente Enav. Le inchieste giudiziarie su appalti e commesse diFinmeccanica hanno svelato un sistema ben oliato di tangenti. Anche una società del gruppo, Enav, è stata coinvolta. Ma un dirigente, che preferisce i toni lievi (“Non sono un eroe”), per tre anni ha rifiutato soldi e respinto pressioni. Fausto Simoni ha spiegato il sistema ai magistrati e si è raccontato con parole semplici: “Non sono né un eroe né una rockstar. Non cedere alle pressioni di chi mi offriva una tangente è stato naturale, ovvio direi. Perché non saprei lavorare diversamente da come faccio abitualmente. Con onestà”.
Nino De Masi – mai il pizzo alla ‘ndrangheta. Titolare di un’azienda di macchine agricole fondata nel 1954 nella Piana di Gioia Tauro, da 20 anni, seguendo il cammino del padre Giuseppe, si oppone pubblicamente alle richieste di pizzo della ‘ndrangheta, lottando non solo contro i clan e una società abituata allo staus quo del potere criminale, ma anche contro le banche, portate in giudizio a causa di tassi d’interesse che spesso hanno sfiorato, quando non oltrepassato, il limite dell’usura. De Masi non ha mai chiuso e continua a produrre in Calabria:“Assumo il rischio consapevolmente – ha dichiarato a Report – perché in discussione non ci sono i soldi, ma la libertà mia e dei miei figli”.
Angelo Vassallo – il sindaco anti-camorra. Primo cittadino di Pollica, in provincia di Salerno, assassinato il 5 settembre 2010. Secondo gli investigatori il delitto sarebbe di matrice camorristica. Il “sindaco pescatore” si sarebbe opposto agli appetiti dei clan suscitati dalle opportunità di sviluppo turistico della località cilentana, che Vassallo, noto per il suo impegno ambientalista, aveva saputo valorizzare e rilanciare. Fu ucciso in auto, mentre rincasava, in una strada poco battuta. Il finestrino era aperto, segno forse che il sindaco aveva riconosciuto la persona che lo aveva fermato, e aveva discusso con lui.
Patricio Enriquez Loor – il ribelle di Sesto. Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, Patricio Enriquez Loor è stato membro dello staff dirigenziale del sindaco di Sesto San Giovanni. Se ne andò sbattendo la porta quando capì che le decisioni sull’area all’area ex-Falk, di cui avrebbe dovuto occuparsi come urbanista, venivano prese altrove. “Cercai di oppormi mi hanno accusato pubblicamente di essere un sabotatore, poi il sindaco mi fece capire che se mi fossi adeguato avrei avuto il giusto premio economico”. Ha rinunciato all’incarico nell’estate 2009 e, assieme a un gruppo di cittadini, ha impugnato il piano generale del Territorio di Sesto di fronte al Tar prima della tangentopoli sestese.
Maria Grazia e Savina Pilliu – la mafia non intimidisce. A Palermo, in piazza Leoni, c’è un palazzo di nove piani, abusivo, costruito dalla mafia senza rispettare le distanze con alcune casette vicine. Le avevano ereditate le sorelle Savina e Maria Grazia Pilliu e il costruttore aveva bisogno di abbatterle. Ma le sorelle non hanno mai ceduto alle intimidazioni di Cosa Nostra. Una storia con molti protagonisti: da Paolo Borsellino, che raccolse le confidenze delle sorelle poco prima di morire, al presidente del Senato Renato Schifani, che da avvocato difese il costruttore Lo Sicco contro le Pilliu, fino al professor Pitruzzella, oggi capo dell’Antitrust su nomina di Schifani-Fini, che ha difeso il palazzo dopo il passaggio nelle mani dello Stato.
da Il Fatto Quotidiano del 21 dicembre 2011
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24/12/2011
BUON NATALE LA STORIA RICOMINCIA DAGLI ULTIMI
AUGURI A TUTTI I MIEI AMICI ONLINE BUONE FESTE
La storia ricomincia dagli ultimi
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23/12/2011
AUGURI A TUTTI I MIEI AMICI ONLINE BUONE FESTE
MIO PRESEPE DICEMBRE 2011
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20/12/2011
Caso Impastato, scoperto un altro depistaggio trent'anni dopo ritrovata la testimone del delitto
Caso Impastato, scoperto un altro depistaggio
trent'anni dopo ritrovata la testimone del delitto
I carabinieri avevano detto che la casellante del passaggio a livello era emigrata negli Stati Uniti e irrintracciabile, invece non si era mai allontanata dalla sua casa di Cinisi. L'ha scoperto la Dia dopo la riapertura dell'inchiesta da parte della Procura di Palermo. La donna è stata interrogata questa mattina. I pm indagano sui depistaggi attorno all'omicidio del militante antimafia ucciso nel 1978. Il fratello di Impastato: "I magistrati interroghino il generale Subranni, che aveva il compito di coordinare le indagini sull'omicidio di Peppino"
di SALVO PALAZZOLO
PALERMO - Prima, scrissero che era emigrata negli Stati Uniti. Poi, che era irrintracciabile. Trent'anni fa, i carabinieri della stazione di Cinisi assicurarono alla magistratura che la testimone chiave del delitto di Peppino Impastato era "irreperibile". E da allora non si è saputo più nulla di lei: Provvidenza Vitale, la casellante del passaggio al livello di Cinisi, sembrava davvero scomparsa nel nulla. E invece non si era mai allontanata da casa sua: l'incredibile scoperta è stata fatta dagli investigatori della Dia di Palermo, coordinati dal colonnello Giuseppe D'Agata, dopo la riapertura del caso Impastato disposta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Francesco Del Bene.
Ironia della sorte, Provvidenza Vitale non abita neanche tanto distante da quel tratto di ferrovia dove Peppino Impastato fu fatto saltare in aria, la sera del 9 maggio 1978, da un gruppo di sicari di Cosa nostra rimasti senza nome.
Questa mattina, la donna, che ha 85 anni, è stata interrogata a casa sua dal pm Francesco Del Bene. Sembra che non abbia detto molto: "Ho ricordi vaghi di quella sera", ha fatto mettere a verbale. Ma il suo caso è ancora tutto da decifrare: in questi trent'anni non si è certo nascosta, ha avuto sei figli, e uno dei generi fa il carabiniere. Negli Stati Uniti, Provvidenza Vitale è stata due volte, negli anni Novanta, in visita ad alcuni parenti.
Il depistaggio
Ma perché i carabinieri della stazione di Cinisi nascosero alla magistratura quello che poteva essere un testimone chiave? Da oggi questa domanda va ad aggiungersi all'elenco degli interrogativi che i familiari di Peppino e i compagni del Centro Impastato non hanno mai smesso di porre: "Chi depistò e perché le indagini? E' giunto il momento che le istituzioni facciano chiarezza al proprio interno", è l'appello ribadito di recente da Giovanni Impastato, il fratello di Peppino.
La sera stessa dell'omicidio, accaddero cose inquietanti. Un gruppo di carabinieri perquisì la casa di Impastato e portò via l'archivio del giovane militante antimafia, ma non fu stilato alcun verbale. Anni fa, il sostituto procuratore Franca Imbergamo era riuscita a farsi consegnare dall'Arma una copia del materiale sequestrato, ma è solo una minima parte. Su un foglio senza intestazione era stato scritto, nel 1978: "Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe". Ma il sequestro informale è una formula che ha poco di diritto, quei documenti sono insomma detenuti illegalmente nell'archivio dell'Arma dei carabinieri.
Nei giorni scorsi, il pm Del Bene ha interrogato su quel "sequestro informale" un ex maggiore dei carabinieri, Enrico Frasca, che nel 1978 comandava il nucleo informativo del Gruppo carabinieri Palermo.
Le nuove indagini
La scomparsa dell'archivio è solo uno dei capitoli del depistaggio istituzionale attorno al caso Impastato. In questi trent'anni sono scomparse molto altre prove. E così, solo nel 2002 è arrivata la condanna per il boss Gaetano Badalamenti, ritenuto il mandante del delitto.
Ma perché tante reticenze e omissioni? Forse, il caso Impastato ha segnato l'inizio della trattativa fra mafia e Stato, questa è l'ipotesi che adesso seguono i magistrati di Palermo. Perché già nel 1978 Gaetano Badalamenti era un confidente dell'arma dei carabinieri, l'ha ammesso lui stesso in carcere, a metà degli anni Novanta. E l'uomo che per tanti anni ha raccolto le confidenze del capomafia, il maresciallo Antonino Lombardo, si è sparato un colpo di pistola in testa, il 4 marzo 1995: anche quella sera entrò in azione una squadra di carabinieri, perquisirono in tutta fretta l'abitazione del sottufficiale e portarono via alcuni documenti. Da allora, gli appunti del maresciallo Lombardo sono scomparsi, come ha denunciato più volte suo figlio Fabio. Forse, fra quelle carte c'é la prova che un pezzo dello Stato ha continuato a trattare con un pezzo della mafia, per tentare di arginare gli omicidi e le stragi. Forse, Peppino Impastato l'aveva già scoperto nel 1978: ecco, perché non si doveva scoprire la verità sulla sua morte.
La denuncia
Dice Giovanni Impastato: "Le indagini della Procura di Palermo confermano le nostre denunce di trent'anni fa. Il depistaggio ci fu per davvero. Subito dopo l'omicidio di Peppino, avevamo chiesto che la casellante fosse interrogata. Chi l'ha impedito? Chi non ha voluto indagare? Adesso chiediamo ufficialmente che i magistrati interroghino il generale Antonio Subranni, che nel 1978 era il comandante del reparto operativo dei carabinieri di Palermo, e in tale veste coordinava le indagini sulla morte di mio fratello
17:21 Scritto da: mobbing21 | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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IN NOME DI DIO L'IMPERO DI FORMIGONI OLIGARCA :San Raffaele, un imprenditore ai pm: “Per lavorare dovevo pagare il meeting di Cl”
IN NOME DI DIO L'IMPERO DI FORMIGONI OLIGARCA :San Raffaele, un imprenditore ai pm: “Per lavorare dovevo pagare il meeting di Cl”
C’è un filo rosso, neanche poi così sottile, che tiene assieme il crack dell’ospedale San Raffaele di Milano, la regione Lombardia con il suo presidente Roberto Formigoni e la potentelobby di Cl. Se lo si segue si arriva sulle sponde dell’Adriatico, a Rimini, in agosto, quando i turisti si godono le vacanze estive e i ciellini accorrono da tutta Italia a prestare il loro contribuito gratuito per la gloria del Meeting per l’amicizia fra i popoli.
Nella bufera che ha scoperchiato la presunta società a delinquere che avrebbe messo in piedi da don Luigi Verzè con l’orchestrazione del suo braccio destro Mario Cal, il manager che si è suicidato lo scorso 18 luglio, non c’era posto solo per le tangenti, ma anche per lesponsorizzazioni ed è così che si è arrivati a Fernando Lora della Progetti Srl e al Meeting riminese.
A far luce sulla vicenda è l’indagine della procura di Milano: i fornitori che avevano a che fare con Don Verzè e Cal dovevano restituire in nero una parte dei soldi ricevuti. Accettare il sistema significava ricevere nuove commesse e dunque lavorare, un sistema blindato che proteggeva anche dai contraccolpi nefasti della crisi, almeno fintantoché è durato.
Lorna, sentito dal pm della procura di Milano Luigi Orsi, ha detto che gli è stato chiesto più volte dai vertici del San Raffaele di fornire un suo sostegno economico per la realizzazione della kermesse ciellina.
“Tra il 2002 e il 2003 –ha dichiarato- la Progetti srl ha finanziato il Meeting di Rimini per totali 200 mila euro. Si è trattato di dar seguito a un esplicito invito di Mario Cal, il quale mi ha detto che così operando ne avrebbe comunque tratto beneficio”. “Io acconsentii a tali richieste – ha aggiunto l’imprenditore – per 216.000 euro e la mia società ebbe modo di esporre la cartellonistica con il logo aziendale e comparve tra gli sponsor della manifestazione”.
Un’offerta che non si poteva rifiutare, quella di don Verzé. Se Lora non avesse accettato il potente don “avrebbe dovuto rivolgersi a qualcun altro perché considerato non più collaborativo nell’elargizione delle stecche”. D’altronde, come ebbe a giustificare Cal occorreva “mandare avanti la baracca”.
La Progetti Srl di Lora si occupa di progettazione, realizzazione e manutenzione degli impianti industriali. Nel profilo aziendale pubblicato sul sito si legge, che “nel settore ospedalieroProgetti è partner storico dell’istituto San Raffaele di Milano”.
Si spiega inoltre che la società ha numerosi “interlocutori con i quali il team lavora fianco a fianco favorendo lo sviluppo di relazioni che si basano sulla stima reciproca, per andare oltre i tradizionali rapporti di lavoro”.
E oltre è andato sicuramente il patron Fernando Lorna, in una relazione pericolosa intessuta con il prete manager.
Navigando sul sito della Progetti si scopre anche che l’azienda ha base in Italia a Milano e progetti avviati in Spagna, Messico e India. Nel capoluogo lombardo sono presenti due delle sedi italiane, una delle quali si trova in via dell’Olgettina 60, vicino al civico 65, la palazzina delle ragazze del bunga bunga.
Chiamata direttamente in causa dalle dichiarazioni di Lora la fondazione del Meeting ciellino di Rimini ha chiarito la sua posizione. “La Progetti Srl è una delle società che in questi anni hanno investito in comunicazione e promozione nella nostra manifestazione. Il rapporto con l’imprenditore Fernando Lora e con la sua società è stato un puro rapporto di natura commerciale, svoltosi e documentato nella massima trasparenza e regolarità”.
Si chiama fuori da ogni ulteriore implicazione Cl, dichiarando la sua estraneità ai fatti e aggiungendo “non sapevamo e non sappiamo se ci fosse dell’altro tra Fernando Lora e il San Raffaele”.
Il fondatore del San Raffaele intanto è indagato per la bancarotta, conseguente al crack finanziario che ha visto il colosso ospedaliero milanese debitore per 1,5 miliardi di euro. I reati ipotizzati sono associazione per delinquere finalizzata all’ appropriazione indebita, alla frode fiscale, alla distrazione di beni e al riciclaggio.
Occorrerà aspettare la prosecuzione delle indagini per chiarire una trama di collusioni che sembra riservar ancora nuove rivelazioni.
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Asilo Mariuccia, zero soldi e comunità chiuse Ma gli uomini di Cl ci guadagnano lo stesso
San Raffaele, interrogato Daccò: “I fondi neri c’erano, ma non ho mai pagato i politici”
Il modello San Patrignano esportato, per la prima volta, all’interno di un’azienda sanitaria pubblica, la Asl numero 1 di Milano, dove a giorni dovrebbe entrare Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, numero uno della comunità romagnola fondata dal padre per lunghi 16 anni. Sedici anni che si sono conclusi tre mesi fa, quando Muccioli è stato silurato, causa un buco da 20 milioni di euro e un bilancio di gestione che più che esprimere un concetto di comunità ha portato a una guerra per bande, con i 1500 ragazzi divisi in gruppi, l’uno contro l’altro. Ma soprattutto i soldi, la gestione non limpida delle casse dalle quali Muccioli avrebbe prelevato migliaia di euro per costruirsi una reggia piuttosto che un’abitazione.
E’ stato così che Muccioli, su pressione dei Moratti, Letizia e Gian Marco, azionisti di riferimento di San Patrignano, ha dovuto lasciare. E, dopo un periodo di silenzio, forse concordato, è sbarcato – indiscrezioni non smentite – a casa di Roberto Formigoni con la qualifica di consigliere per le droghe dell’Asl numero 1 a Milano, addetto al supporto della valutazione delle comunità. Un ruolo di prestigio, ma soprattutto delicato. Un ruolo dove Muccioli esporterebbe nel pubblico il modello San Patrignano che, tra coni d’ombra su episodi mai chiariti e metodi riabilitativi mai resi noti fino in fondo, sarebbe quanto meno discutibile. Forse addirittura pericoloso.
Lo ha deciso – anche se il governatore smentisce che la decisione sia sua – Formigoni, che al giovane Muccioli è legato non solo da stima, ma anche da questioni di Comunione e Liberazione: il meeting di Rimini da sempre viaggia a braccetto con la potente macchina di San Patrignano, industria da 30 milioni di fatturato (12 provenienti dalle attività, 15 dall’assegno annuale di papà Moratti e 3,5 di finanziamenti pubblici) non solo mette a disposizione del meeting soldi e sponsor, ma anche braccia per mettere in piedi la coreografia dell’appuntamento annuale dei cattolici cresciuti nel nome di don Giussani.
La notizia – non c’è ancora nessuna delibera, ma è solo in attesa della firma in calce – ha già scatenato la rabbia delle opposizioni, in particolare i consiglieri regionali della Lombardia di Sel, Giulio Cavalli e Chiara Cremonesi. “La notizia ci lascia letteralmente sconcertati. Muccioli e San Patrignano incarnano l’idea di una modalità educativa e di cura assai discutibile, che ha palesemente fallito, investita da ombre pesanti sui metodi e persino da vicende giudiziarie. Un disastro che è stato anche economico e amministrativo, con una comunità al tracollo, un buco finanziario di svariati milioni e il recente allontanamento del figlio del suo fondatore. Considerato che la nomina non è ancora stata formalizzata, auspichiamo un ripensamento. In caso contrario, si tratterebbe oltretutto di uno schiaffo inaccettabile al terzo settore, che in Lombardia vanta esperienze e risorse professionali e umane di grande livello, da anni impegnate nella prevenzione e nel contrasto al consumo di sostanze stupefacenti. Forse con meno visibilità pubblica di Muccioli, ma certamente con ottimi risultati”. Decisione che non piace nemmeno a larga parte del Pd.
Ma Formigoni non sembra abbia intenzione di ripensarci o, comunque, se davvero lui – come affermano in Regione Lombardia – è estraneo alla decisione, non si metterà mai di traverso, anche perché l’accordo con Muccioli parte da lontano, dalla Riviera Romagnola, appunto, e sembra esclusa qualsiasi forma di ripensamento.
Andrea Muccioli aspetta. Perché l’erede designato di papà Vincenzo, non ha nessuna voglia di finire ai giardinetti. Non ha l’età. Lo disse chiaramente anche ai coniugi Moratti, Letizia e Gian Marco, che sono riusciti a rimuoverlo da San Patrignano solo dopo lunghe trattative e lo hanno spinto a firmare le dimissioni. Motivi economici, in primis: la comunità, per la prima volta nella sua storia, si trovava sommersa da venti milioni di debito, e le cause erano da riportare alla gestione allegra di Andrea. Soprattutto a quella casa che si è fatto costruire nel tempoall’interno del recinto di San Patrignano: tre piani, novecento metri quadri calpestabili e un valore che si aggira attorno ai quattro milioni di euro. Una spesa di mezzo milione di euro solo per le scale e 20 mila euro per un porta telefono in legno di Norvegia. Piccolezze, forse, ma che avrebbero contribuito ad arricchire un bilancio dissestato.
Ma Andrea si è trovato di fronte anche le resistenze dei colonnelli del fu padre Vincenzo, in particolare Franz Vismara, già arrestato per falsa testimonianza e depistaggio ai tempi del processo per l’omicidio di Roberto Maranzano, ucciso all’interno della comunità di Coriano. Fu Vismara, qualche mese fa, a sfogarsi nel corso di una riunione di famiglia con i Muccioli e i Moratti: con la gestione di Andrea non possiamo continuare. Ci sono i debiti, disse rivolto a Gian Marco Moratti, ma anche una comunità che non è più tale: sospetti, odio, fazioni schierate e pronte alla guerra.
Fu a quel punto che Letizia e Gian Marco Moratti chiesero di farsi da parte. In qualche modo e sotto altre forme sarebbe tornato a lavorare. Forse non pensavano alla Lombardia, ma un posto al sole gliel’avrebbero garantito.
LEGGI IL RESTO DIGITA SUI TITOLI
08:13 Scritto da: mobbing21 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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18/12/2011
AUGURI IL MIO PRESEPE 2011
13:39 Scritto da: mobbing21 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/12/2011
Nella vita quotidiana Dio parla il linguaggio della gioia



Il cardinale Bagnasco è presente oggi anche sulle pagine del Corriere della Sera, attraverso una lunga intervista. Anche qui l'arcivescovo di Genova dichiara che "La Chiesa paga l'Ici!" e prosegue: "Occorre dirlo, visto che si parte sempre dall'assunto contrario. Eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati, devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional".
Il presidente della Cei rileva altresì che "l'esenzione dall'Ici per talune categorie di enti e di attività non è un privilegio. È il riconoscimento del valore sociale dell'attività che viene esentata e – cosa non secondaria – non riguarda solo la Chiesa ma anche altre confessioni religiose e una miriade di realtà non profit". Un interrogativo, quindi: "Si tratta di chiedersi - ma qui credo che il consenso sia più vasto di quel che si creda - se il mondo della solidarietà debba essere tassato al pari di quello del business. A chi fa concorrenza una mensa per i poveri piuttosto che un campetto di calcio dell'oratorio? In ogni caso, ripeto: siamo disposti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti e delle attività non profit oggetto dell'attuale esenzione".
Il dialogo prosegue poi notando che «In questo clima di esasperazione attaccare la Chiesa perché non pagherebbe l'Ici è un po' come sparare sulla Croce Rossa. E la Chiesa è un bersaglio facile; perché non ha nulla da nascondere. In realtà, già da anni avevo lanciato l'allarme dell'aumento dei pacchi-viveri da parte delle Caritas diocesane, quando un po' dappertutto si asseriva che la crisi non avrebbe riguardato il nostro Paese. Al contrario chi opera in campo sociale e assistenziale se n'era accorto, per la pressione sulle parrocchie di persone insospettabili e di ceti sociali un tempo garantiti. La gente che trova aiuto e spesso generi di prima necessità lo sa bene. Ma non basta evidentemente a cambiare l'agenda dell'informazione diffusa. Mi chiedo se sia solo questione di ignoranza. O anche di malafede".
Alla domanda se la Chiesa abbia commesso qualche errore, il cardinale Bagnasco risponde: "Penso che dovremmo superare quel pudore che impedisce di parlare di quanto si fa generosamente, spesso in silenzio e tra enormi problemi. Credo pure che la trasparenza sia la strada da privilegiare in qualsiasi attività di una realtà ecclesiale. Così si attiva meglio la consapevolezza di chi non ha pregiudizi, la corresponsabilità sociale e insieme il controllo".
"coraggioso e sereno anticonformismo". Bagnasco ha aperto il convegno promosso da "Retinopera" sul tema "lo sviluppo umano ha bisogno di cristiani", in corso all'Università Gregoriana di Roma.
"Cari amici - ha detto il porporato nella parte finale della sua relazione - con questa esortazione ad un coraggioso e sereno anticonformismo, che privilegia la coscienza della verità e l'obbedienza ad essa, alla soggezione mondana, vi consegno questa riflessione perché possa accompagnarvi e - se non chiedo troppo - ne sia fatto argomento di studio e di confronto all'interno delle vostre aggregazioni".
"Le realtà che aderiscono a Retinopera - ha aggiunto il presidente della Cei - hanno uno specifico da apportare al movimento che - grazie a Dio - ha preso il largo e che deve portare i cattolici del nostro Paese a spendersi non per smania, ma 'in scienza e coscienza', nei vari ambiti e livelli della vita sociale e politica. Vogliate accoglierla con la stessa simpatia e larghezza di cuore con cui è stata offerta e preparata".
La commissione - presieduta dall'ex ministro protestante Wim Deetman e composta da un giudice, da alcuni professori universitari e una psicologa - ha preso il via nel marzo 2010 e nel giro di 9 mesi, fino a dicembre 2010, ha raccolto 2000 segnalazioni, 1795 delle quali riguardanti minori vittime di abusi nell’ambito di istituzioni cattoliche.
Per cercare di cogliere il contesto del fenomeno, la commissione ha inviato un questionario a un campione dei denuncianti e a 34 mila olandesi al di sopra dei 40 anni. Denunce e formulari hanno permesso di stabilire che un olandese su dieci, oggi nella fascia d’età al di sopra dei 40 anni, è stato vittima da minorenne di avances sessuali, attenzioni improprie o veri e propri abusi da parte di un adulto al di fuori della propria cerchia familiare.
Solo tra lo 0,3% e lo 0,9% degli olandesi oggi al di sopra dei 40 anni sarebbe stato molestato da una figura riconducibile alla Chiesa cattolica. Il rischio di abusi in ambito educativo sarebbe stato il doppio rispetto a quello di altri ambienti, ma senza differenze rilevabili tra scuole cattoliche e laiche o di altre confessioni.
Il numero di vittime cattoliche, che hanno speso parte della giovinezza in un’istituzione cattolica e che hanno riportato abusi da parte di una figura attiva nelle istituzioni ecclesiali sarebbe stimabile tra 10mila e 20mila, tra il 1945 e il 1981. Abusi compresi fra molto leggeri e molto gravi.
La commissione avrebbe rintracciato 800 nomi di sacerdoti, religiosi e insegnanti citati nelle 1795 denunce raccolte. Almeno 105 di costoro sarebbero ancora in vita. I vescovi olandesi e i direttori degli istituti religiosi si dicono "scioccati" per i risultati della commissione Deetman ."Questo ci riempie di vergogna e dolore", si legge in una nota diffusa dalla Conferenza episcopale.
I vescovi riconoscono che le autorità ecclesiali "non hanno agito correttamente e non hanno dato priorità agli interessi e alla cura delle vittime". "Vogliamo lavorare per dare giustizia alle vittime, per ripristinare il loro rispetto e per aiutarli a guarire il più rapidamente possibile", dicono inoltre presuli olandesi. Secondo costoro, per quanto riguarda la volontà di essere vicini alle vittime, la nuova commissione istituita per accogliere lo denunce e lo schema elaborato per una loro compensazione, va nella giusta direzione. Tuttavia, "le procedure e gli schemi da soli non bastano". "Molto può essere fatto per aiutare le vittime”, adottando misure "per portare loro aiuto", con il confronto e l'assistenza personale.
"Lavoreremo - si legge ancora nella nota - per rendere più facile parlare degli abusi sessuali. Inequivocabili codici di comportamento sono stati preparati, mentre ai programmi di prevenzione verrà dato grande peso nella preparazione al ministero sacerdotale".
In conclusione i vescovi annunciano che adotteranno ogni misura possibile, anche di tipo legale, per impedire il ripetersi delle violenze. "Gli inquirenti - spiegano - saranno informati in accordo con la legge olandese quando si sia in presenza di qualsiasi sospetto di reato".
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13/12/2011
Scurriculum, le carriere misteriose di amici e amanti senza alcun merito
Una rassegna impietosa, e a tratti ironica, di eclatanti casi di raccomandazioni in uffici pubblici e delicati ruoli dirigenziali: mediocrità al potere, mentre l'Italia affonda nelle classifiche della competitività globale
L'Italia degli Scurriculum, di quei tanti personaggi che pur non avendo titoli adeguati sono stati piazzati dalla politica a fare i manager di imprese pubbliche, di Asl, di istituti di ricerca statali o di municipalizzate, potrebbe riassumersi tutta nella trascrizione di un interrogatorio dell'inchiesta Tarantini, l'imprenditore delle escort di Arcore e delle mazzette sulle protesi. Al pm Digeronimo l'ex direttore generale dalla Asl di Taranto racconta di aver incontrato un politico pugliese al pronto soccorso di Massafra. "Gli ho chiesto come mai fosse lì e fosse così preoccupato - fa mettere a verbale il direttore generale - e lui m'ha risposto che la figlia aveva avuto un incidente automobilistico. Allora l'ho rassicurato: guarda oggi dentro ci sta proprio il primario di ortopedia. E lui: è per questo che sono preoccupato, quello ce l'ho messo io là e so come ho fatto". Sembra una barzelletta, ma come in tante altre storie raccontate nel libro "Scurriculum, viaggio nella demeritocrazia", è solo uno dei tanti esempi che dimostrano come l'Italia sia sempre più una Repubblica fondata sulla mediocrità, una "mediocracy". Cioè un sistema che seleziona e promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese ma al partito. Al leader. Al segretario.
E' proprio questo il filo conduttore di Scurriculum (Aliberti editore, oggi a Roma la presentazione - qui saggio appena scritto dal giornalista Paolo Casicci e da Alberto Fiorillo di Legambiente, con la prefazione di Gian Antonio Stella: mostrare come, a forza di spintarelle, raccomandazioni, tanti onesti gregari dall'esperienza professionale leggera e dalle amicizie pesanti, in virtù del tocco magico della politica, siano stati trasformati in straordinari manager e capitani d'impresa che hanno a che fare col domani del Paese e con l'oggi di tutti noi: con la salute, il trasporto pubblico, la spazzatura, la cultura, l'istruzione, il lavoro, l'ambiente... Una corte di vassalli che ha l'unica funzione di soddisfare le esigenze del principe (e ovviamente le proprie) a scapito della collettività. Come scrive Gian Antonio Stella nella prefazione, infatti, "da noi vige un sistema, ignobile e suicida, che mortifica i più bravi costringendoli spesso a regalare la loro intelligenza ai Paesi stranieri e premia al contrario quanti hanno in tasca la tessera giusta o il telefono del deputato giusto. Un errore che ha infettato la società italiana rendendola sempre più debole e incapace di stare al passo di un mondo che cambia a velocità immensamente superiore alla nostra".
E infatti via via Scurriculum dipana una galleria degli orrori: storie esemplari raccolte in altrettanti curricula, che spiegano come un ex calciatore dilettante o un insegnante di francese in pensione possano
guidare due importanti enti di ricerca, come il dentista fidanzato con la Brambilla possa essere tra i boiardi che decidono le sorti della Formula1 a Monza, o come un cacciatore e un ultrà possono governare due aree protette, una nazionale e una regionale. Dal mazzo si può pescare ancora la carriera di Massimo Zennaro, portavoce e direttore generale dell'ex ministero della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini. L'uomo è famoso per avere inventato l'esistenza di un tunnel costruito tra il Cern in Svizzera e i laboratori del Gran Sasso, lungo il quale i neutrini avrebbero superato la velocità della luce. Oggetto che gli è valso a lungo gli sfottò della Rete (e l'incredulità della stampa straniera). Laureato in Scienze politiche, un precedente di semplice "comunicatore" al Comune di Milano, Zennaro scala il ministero praticamente senza curriculum. Ed è ancora lì, dirigente all'istruzione, con il nuovo governo. La conclusione degli autori? "Ci resta la dignità della denuncia. O una moratoria contro i 'figli di'".
La lista consegnata ai pm napoletani ci dice che i contributi e le sponsorizzazioni alle fondazioni dei politici esistono, ma sono di importi minori e bisogna evitare le generalizzazioni. Accanto a fondazioni e giornali sconosciuti ci sono nomi di associazioni e riviste prestigiose come l’Accademia dei Lincei, Limes e Micromega. Molte fondazioni poi vantano una missione (magari non condivisibile) e una storia decennale. Spesso sono guidate e presiedute dagli stessi nomi illustri come Gianni Letta e Giuliano Amato o Giulio Tremonti.
Gli importi possono far sorridere rispetto al fatturato di Finmeccanica, eppure la lista è utile per disegnare la mappa delle relazioni e la lobby del gruppo. E forse anche per dare un senso all’incredibile tenuta del duo Guarguaglini-Borgogni nonostante le inchieste. L’elenco è composto di quattro tabelle e comprende le spese per le associazioni (per un totale di 474 mila euro); le spese promozionali per la pubblicità sulle testate più diverse, per un totale di 668 mila euro, i progetti condivisi con la stampa per 469 mila euro e infine le sponsorizzazioni per gli eventi per 245 mila euro.
DOCUMENTO: LA LISTA DEI BENEFICIATI DA FINMECCANICA
Nella prima tabella, quella dei soldi alle associazioni, non poteva mancare un contributo di 25 mila euro alla famigerata Trilateral commission, della quale fanno parte pochi italiani (daMario Monti e Pierfrancesco Guarguaglini, da Marco Tronchetti Provera a Enrico Letta) al centro di molte teorie complottistiche. Un altro think tank atlantico, l’Istituto per gli Affari Internazionali di Stefano Silvestri, ha ottenuto 26 mila euro; all’Aspen Institute, presieduto da Giulio Tremonti e che aveva come segretario il futuro membro del Governo Monti, Marta Dassù, sono andati 35 mila euro più 12 mila e 500 impegnati per la rivista Aspenia. Alla prestigiosa Accademia dei Lincei sono andati solo 5 mila euro mentre l’Associazione amici del Gonfalone ha potuto contare su 20 mila euro più altri 40 mila per la pubblicità. Chissà se c’entra la presenza nel suo comitato direttivo di Lorenzo Borgogni, ancora oggi sul sito internet accanto all’ingegnere della Cricca: Angelo Balducci.
Civita, associazione bipartisan con presidente Antonio Maccanico e presidente onorario Gianni Letta, ha ricevuto 22 mila euro. Meno nota la Fondazione Foedus di Mario Baccini alla quale, da budget 2011, dovrebbero andare ben 25 mila euro. Speriamo servano a rilanciare la sua attività che – almeno stando al sito è da anni in fase di stanca. Al Comitato Leonardo che ha premiato nel 2008 Pierfrancesco Guarguaglini, l’ingrata Finmeccanica ha destinato solo 2 mila e 500 euro. Poi ci sono 20 mila euro per il Comitato Atlantico Italiano che “svolge da oltre cinquanta anni attività di studio sui temi di politica estera … relativi all’Alleanza Atlantica” e che è presieduto da Enrico La Loggia del Pdl. Altri 25 mila euro sono andati al Centro Studi Americani, presieduto da Giuliano Amato e la stessa cifra è andata alla Fondazione Magna Carta del vicepresidente del gruppo del Pdl al senato Gaetano Quagliariello.
Le sponsorizzazioni sono molte di meno, ma più ricche. Per il Cestudis, Centro Studi sicurezza diretto dal parlamentare del Pdl ed ex generale Luigi Ramponi, Finmeccanica ha messo a budget 40 mila euro. Altri 70 mila sono andati al Bogheri Melody 2011, che si è tenuto questa estate nel borgo natio di Guarguaglini, Castagneto Carducci. Tra le pubblicità (già oggetto di un precedente articolo del Fatto) spunta l’immancabile rivista della Fondazione presieduta daMassimo D’Alema, Italianieuropei, con un budget stanziato nell’era Borgogni-Guarguaglini pari a 50 mila euro; meno degli 83 mila euro destinati a Specchio economico e ai 110 mila euro previsti per E’Italiausa, una pubblicazione semisconosciuta fondamentale per Finmeccanica: riceve lo stanziamento più grande ed è edita dalla Italplanet di Domenico Calabria.
Addio alle province: abolite il 31 marzo 2013
Manovra: slitta dal 30 aprile al 31 dicembre 2012 il termine entro cui le loro funzioni saranno trasferite a Comuni e Regioni

Gli organi in carica delle province decadranno il 31 marzo 2013 e slitta dal 30 aprile al 31 dicembre 2012 il termine entro il quale le funzioni delle province dovranno essere trasferite ai Comuni o alle Regioni. Lo prevede un emendamento del governo alla manovra che stabilisce una disciplina transitoria per gli enti in scadenza anticipata, facendo doverosa salvezza delle prerogative delle province autonome. La manovra rinviava a legge statale, senza riferimenti temporali, la determinazione del termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.
ANTONIO RAZZI UN POLITICO COME TANTI..MA GLI ITALIANI SI MERITANO QUESTI POLITICI?? FORSE SI.. VISTO CHE I FURBI SONO LA MAGGIORANZA.. E L'ONESTA' E' UN OPTIONAL..
FERDINANDO IMPOSIMATO: Aristotele scrisse che “tre requisiti devono avere quelli che si apprestano a coprire le magistrature supreme”, che corrispondono oggi al Capo dello Stato, ai legislatori ai governanti e ai magistrati.
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Aristotele scrisse che “tre requisiti devono avere quelli che si apprestano a coprire le magistrature
supreme”, che corrispondono oggi al Capo dello
Stato, ai legislatori ai governanti e ai magistrati. Il
primo - disse- è “il rispetto della Costituzione in
vigore, poi estrema capacità nei doveri della
carica, terzo avere virtù e giustizia”. (Aristotele,
Politica. Laterza, Bari 2000 p.177)
Guardando all'Italia, dobbiamo riconoscere che questi requisiti mancano a gran parte dei politici
investiti di cariche pubbliche in Parlamento e al
Governo, molti essendo quelli che non
rispettano la Costituzione vigente, violandola
con leggi incostituzionali come quelle che
prevedono un trattamento sanzionatorio
preferenziale o addirittura la impunità per
coloro
che rivestono cariche pubbliche, leggi che
tendono a ridurre il potere di repressione
dei
crimini più pericolosi come quelli contro
la
Pubblica Amministrazione: molti parlamentari e
uomini di governo sono privi delle
conoscenze
essenziali che ciascun politico dovrebbe
avere
in materia di Costituzione e di trattati
internazionali; carenti son infine i requisiti
della
virtù e della giustizia in molti parlamentari
e
persino in molti governanti che si
abbandonano
a comportamenti immorali e diseducativi,
essi
che dovrebbero essere esempio di virtù
civiche
e morali per tutti i cittadini.
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10/12/2011
Per la Casta niente sacrifici Dallo scudo agli enti inutili tutti i «buchi» della manovra Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale rimasti quasi immutati
Per la Casta niente sacrifici
di Primo Di Nicola
Per andare in pensione ai cittadini viene chiesto di lavorare 42 anni, ai parlamentari ne bastano cinque. E incassano già a 60 anni, sei in meno dei comuni mortali. Ecco com'è finito lo sforzo chiesto da Monti ai politici
(08 dicembre 2011)
Riformati? Sì. Ma sempre privilegiati. Ecco la lezione che arriva dal Parlamento costretto, sotto la spinta dei sacrifici imposti dal presidente del Consiglio Mario Monti, a rivedere i trattamenti pensionistici di assoluto vantaggio che deputati e senatori si sono sempre riservati con i loro ricchi vitalizi. Per riscuotere la pensione, a partire dal prossimo gennaio tutti i lavoratori dovranno raggiungere almeno 42 anni di contribuzione. Per le eccellenze parlamentari, invece, nonostante i "tagli" annunciati dai presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani per "mettersi in linea con il resto dei cittadini", continueranno ad essere sufficienti 5 anni di permanenza sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.Vero che la pensione riformata (con il regime contributivo annunciato) non sarà più quella ricchissima elargita con il sistema in corso e che viene calcolata a seconda delle legislature collezionate in quantità che variano dal 25 all'80 per cento dell'indennnità (oltre 11 mila euro mensili), ma potranno consolarsi con il limite di età più favorevole fissato per riscuoterla. Se a tutti i cittadini verranno richiesti 66 anni, ai parlamentari ne basteranno solo 60, meno quelli - e sono minoranza - che avendo una sola legislatura alle spalle dovranno arrivare fino a 65. Unica consolazione per i lavoratori che dal 2012 saranno costretti a rinviare anche di sei anni la riscossione dell'assegno pensionistico, il dispiacere imposto dalla "riformetta" di Fini e Schifani a una piccola schiera di parlamentari (vedi scheda) che dalle prossime settimane, grazie alle privilegiatissime norme che consentivano agli eletti prima del 2001 di incassare pensioni-baby anche a 50 anni, saranno costretti a rimandare l'appuntamento. Come l'ex verde Paolo Cento, l'ex presidente della Camera Irene Pivetti, il democratico Emilio Del Bono (ora consigliere comunale a Brescia), più i leghisti Andrea Gibelli (attuale vicepresidente e assessore della Regione Lombardia), Edouard Ballaman e Oreste Rossi. Pure loro dovranno aspettare i 60 anni. Roma ladrona.
ECCO IL PARTITO DELLA CASTA CHE NON VUOLE I TAGLI AMATO LA MIA PENSIONE D'ORO NON ME LA POSSONO TOGLIERE.. AH AH AH.. E NOI PAGHIAMO STO SORCIO

Fini e Schifani si smarcano. I tagli agli stipendi dei parlamentari si faranno. Sono intenzionati ad andare avanti e usare le cesoie sui privilegi dei parlamentari, dopo le polemiche di sabato 10 dicembre. "Non corrisponde al vero" - scrivono in una nota congiunta i presidenti di Camera e Senato - quanto ipotizzato da alcuni organi di informazione circa la presunta volontà del Parlamento di non assumere comportamenti in sintonia con la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti. Il taglio delle indennità dei parlamentari non sarà bloccato dalla decisione della Commissione bilancio che, sotanzialmente rinviata i sacrifici dei parlamentari". Insomma, i tagli si faranno.
C'è chi dice no - Anche se molti parlamentari continuano a gridare ingiustizia. DaAlessandra Mussolini che ha addirittura definito istigazione al suicidio la decisione di tagliare il vitalizio agli onorevoli, all'ex sottosegretario Guido Crosetto che teme reazioni fuori controllo: la stampa rischia di armare la mano di potenziali killer anti-casta. "Con queste notizie false, rischiano di far uccidere moralmente e fisicamente". Ci sono poi i "parlamentari giovani" che chiedono misure più severe. Molti non accettano che il sistema contributivo sui vitalizi si applichi solo ai parlamentari alla prima legislatura e a quelli che verranno. Non a chi è deputato o senatore dal 2007. Il partito della Casta che non vuole tagliarsi i privilegi è molto nutrito. C'è per esempio Giocchino Alfanoche, in un'intervista al Corriere della Sera, dice: "Non arrivo a 5mila euro al mese e il mutuo pesa tanto". La Pd Marina Sereni piange miseria e dice: "Faccio la spesa alla Coop". E Giuliano Amato, in una lettera a La Stampa spiega perché lui ha le mani legate e non può taglila pensione d'oro. Guido Crosetto fa una distinzione: qui c'è chi vive e spande ma anche chi vive del suo. Rosi Bindi sostiene che è giusto tagliare ma non se lo si fa andremmo sotto la media europea.
Amato e la pensione d'oro: "Non posso tagliarmela"
L'ex premier scrive a La Stampa: "Sono ormai un privato cittadino, non ho alcun potere sulla mia e sulle altrepensioni"

Giuliano Amato, scriveva su Libero del 14 novembre il vicedirettore, Franco Bechis, è "una sorta di recordman nel cumulo previdenziale". Oggi, infatti, "gode di un assegno lordo mensile di oltre 31mila euro". Tempo fa, a settembre, in televisione Lilli Gruber gli chiese se era vero che avesse un assegno così alto e lo incalzò chiedendogli cosa rispondeva a chi voleva che si riducesse la pensione. Amato rispose spiegando che non capiva la domada. La questione e l'ormai celebre intervista sono state rilanciate dal quotidiano La Stampa, che citava il caso di Amato in un articolo sulle pensioni d'oro. Pronta la risposta dell'ex presidente del Consiglio, che ha replicato scrivendo una lettera al quotidiano torinese, spiegando che "sono ormai un privato cittadino e non ho quindi alcun potere né sulla mia, né sulle altre pensioni". Amato, pieno d'orgoglio, aggiunge poi che "ero stato il primo a introdurre il blocco dell'adeguamento all'inflazione e il contributo di solidarietà a carico delle (sole) pensioni elevate, a partire dalla mia". Insomma, lui ci aveva provato a diminuirle le pensioni (degli altri), e oggi non rinuncia nemmeno alle briciole del suo enorme assegno...
Non ci provino, a distinguere ancora figli e figliastri. Non ci provino, a toccare le pensioni degli italiani senza toccare prima (prima!) quelle dei dipendenti dei palazzi della politica o della Regione Sicilia. Un cittadino non può accettare di andare in pensione un paio di decenni dopo chi ancora può lasciare con 20 anni d'anzianità. Non solo non sarebbe equo ma, di questi tempi, sarebbe un insulto.
Che esistono qua e là staterelli dai privilegi inaccettabili non lo dicono i soliti bastian contrari. Lo dice, per la Sicilia, lo stesso procuratore generale della Corte dei Conti isolana, Giovanni Coppola, nell'ultima relazione: «L'opinione pubblica non comprende perché in Sicilia i dipendenti regionali possano andare in pensione con soli 25 anni di contribuzioni, o addirittura con 20 anni se donne, solo per il fatto di avere un parente gravemente disabile, mentre lo stesso non avviene nel resto d'Italia».
Errore: anche meno. Come nel caso dell'ispettore capo dei forestali Totò Barbitta di Galati Mamertino, che riscattando dei contributi precedenti, il 1 gennaio 2009 (ma da allora la legge non è cambiata) se n'è andato quarantacinquenne, dopo 16 anni, 10 mesi e 30 giorni. La previdenza, visto «il lavoro usurante», regala ai forestali siciliani un anno ogni cinque di servizio. Diceva di dover accudire un parente affetto da grave handicap: avuto il vitalizio, è partito per la Germania. Stracciato comunque, per età, dal record di Giovannella Scifo, una dipendente dell'ufficio collocamento di Modica (Ragusa) in quiescenza a 40 anni. «Non le pare esagerato?», le ha chiesto Antonio Rossitto di « Panorama». E lei, serafica: «Non le posso rispondere. C'è la privacy».
Fatto sta che, spiega la Corte dei conti, su 751 «regionali» andati nel 2010 in pensione 297 hanno lasciato in anticipo «rispetto all'ordinaria anzianità anagrafica e/o contributiva e, tra questi, ben 286 con le agevolazioni della legge 104/1992 che tanto ha fatto discutere per l'incomprensibile disallineamento rispetto alla normativa nazionale».
Fatto sta che, spiegava giorni fa sul Giornale di Sicilia Giacinto Pipitone, se è vero che nel 2004 la riforma Dini passò, con nove anni di ritardo, anche per i dipendenti pubblici siciliani, l'adeguamento non è mai stato varato per chi ha avuto la «fortuna» di essere assunto dalla Regione. Basti dire che «chi a livello statale ha ancora oggi quote di pensione da incassare col retributivo, fa il calcolo sulla media delle buste paga degli ultimi anni di servizio. I regionali calcolano invece la loro quota di retributivo sulla base dell'ultima busta paga incassata al momento di lasciare gli uffici: sfruttano quindi fino all'ultimo gli aumenti e i vari scatti di carriera». Conclusione? Risposta dei giudici contabili: «Nel 2010 i contributi versati sono diminuiti del 17% riuscendo a coprire appena il 32,2% della spesa».
Non basta: «lo stesso sistema più vantaggioso si applica anche sul calcolo della buonuscita. Per la maggior parte dei regionali viene calcolata moltiplicando il valore dell'ultimo stipendio». Risultato? Scrive Antonio Fraschilla: i direttori generali «vanno in pensione incassando un assegno medio di 420.133 euro, come certificato dalla Corte dei Conti, anche se hanno ricoperto l'incarico solo negli ultimi mesi della loro carriera».
Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia a eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile. Peggio: grottesco. Vale per i privilegi dei dipendenti regionali siculi, vale per quelli degli organi istituzionali.
Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant'anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?
È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell'ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni? Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell'«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l'anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.
Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l'apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell'Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell'Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.
Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l'anzianità «a regime» (campa cavallo...) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi...), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli...
12:53 Scritto da: mobbing21 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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