I domenica d'Avvento Anno B In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Entriamo nel tempo della speranza. Avvento vuol dire letteralmente avvicinarsi, venire vicino. Un tempo di incamminati, in cui tutto si fa più vicino: Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso. In cui impariamo che cosa sia davvero urgente: abbreviare distanze, tracciare cammini d'incontro. Nel Vangelo il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi. Atto di fiducia grande, da parte di Dio; assunzione di una responsabilità enorme, da parte dell'uomo. Come custodire i beni di Dio che abbiamo fra le mani? Beni di Dio che sono il mondo e ogni vivente? Il Vangelo propone due atteggiamenti iniziali: fate attenzione e vegliate. Tutti conosciamo che cosa comporta una vita distratta: fare una cosa e pensare ad altro, incontrare qualcuno ed essere con la testa da tutt'altra parte, lasciare qualcuno e non ricordare neppure il colore dei suoi occhi, per non averlo guardato. Gesti senz'anima, parole senza cuore. Vivere con attenzione è l'altro nome dell'Avvento e di ogni vita vera. Ma attenti a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle domande mute e alla ricchezza dei loro doni. Quanta ricchezza di doni sprecata attorno a noi, ricchezza di intelligenza, di sentimenti, di bontà, che noi distratti non sappiamo vedere. Attenti al mondo grande, al peso di lacrime di questo pianeta barbaro e magnifico, alla sua bellezza, all'acqua, all'aria, alle piante. Attenti alle piccole cose di ogni giorno, a ciò che accade nel cuore, nel piccolo spazio che mi è affidato. Il secondo verbo: vegliate. Contro la vita sonnolenta, contro l'ottundimento del pensare e del sentire, contro il lasciarsi andare. Vegliate perché c'è un futuro; perché non è tutto qui, il nostro segreto è oltre noi, perché viene una pienezza che non è ancora contenuta nei nostri giorni, se non come piccolo seme. Vegliate perché c'è una prospettiva, una direzione, un approdo. Vegliare come un guardare avanti, uno scrutare la notte, uno spiare il lento emergere dell'alba, perché la notte che preme intorno non è l'ultima parola, perché il presente non basta a nessuno. Vegliate su tutto ciò che nasce, sui primi passi della pace, sui germogli della luce. Attesa, attenzione, vigilanza sono i termini tipici del vocabolario dell'Avvento e indicano che tutta la vita dell'uomo è tensione verso, uno slancio verso altro che deve venire, che il segreto della nostra vita è oltre noi. Allora è sempre tempo d'Avvento, sempre tempo di abbreviare distanze, di vivere con attenzione. Sempre tempo di adottare strategie di risveglio della mente e del cuore, in modo da non arrendersi al preteso primato del male e della notte, in modo da non dissipare bellezza, e non peccare mai contro la speranza. (Letture: Isaia 63, 16-17.19; 64, 2-7; Salmo 7
IL PAPA AGLI OPERATORI SANITARI
«Il calvario di Giovanni Paolo II esempio per affrontare il dolore»
"Custodire e promuovere la vita, in qualunque stadio e in qualsiasi condizione si trovi". È l'esigenza sottolineata da Benedetto XVI, nel corso dell'udienza ai partecipanti alla conferenza internazionale del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari. Il Papa esorta a "riconoscere la dignità e il valore di ogni singolo essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio e chiamato alla vita eterna" e ricorda che "il servizio alla persona malata nel corpo e nello spirito costituisce un costante impegno di attenzione e di evangelizzazione per tutta la comunità ecclesiale". Invita inoltre a "testimoniare l'azione salvifica di Dio, il suo amore per l'uomo e per il mondo, che abbraccia anche le situazioni più dolorose e terribili" tramite "il servizio di accompagnamento, di vicinanza e di cura ai fratelli ammalati, soli, provati spesso da ferite non solo fisiche ma anche spirituali e morali".
Osserva ancora Benedetto XVI: "Il mistero del dolore sembra offuscare il volto di Dio, rendendolo quasi estraneo o, addirittura, additandolo quale responsabile del soffrire umano; ma gli occhi della fede sono capaci di guardare in profondità questo mistero. Dio si è incarnato, si è fatto vicino all'uomo, anche nelle sue situazioni più difficili; non ha eliminato la sofferenza, ma nel Crocifisso risorto, nel figlio di Dio che ha patito fino alla morte e alla morte di croce, Egli rivela che il suo amore scende anche nell'abisso più profondo dell'uomo, per dargli speranza".
Il pontefice ricorda, a tal proposito, che "questa visione del dolore e della sofferenza illuminata dalla morte e dalla risurrezione di Cristo ci è stata testimoniata dal lento calvario che ha segnato la vita del beato Giovanni Paolo II. La fede ferma e sicura ha pervaso la sua debolezza fisica, rendendo la sua malattia, vissuta per amore di Dio e della Chiesa e del mondo, una concreta partecipazione al cammino di Cristo fin sul Calvario".
E' uno studente ventenne di Milano: "Solo una provocazione"
Il giovane ha confessato e si è giustificato dicendo che era soltanto una provocazione. Il gruppo era stato segnalato dall’associazione Meter di don Fortunato Di Noto. Gli atti dell’inchiesta saranno trasferiti a Milano
Pedofilia online (Newpress)
Catania, 26 novembre 2011 - La polizia postale di Catania ha individuato in uno studente ventenne di Milano, l’ideatore del gruppo su Facebook ‘Sosteniamo i diritti dei pedofili’ creato il 24 maggio scorso e che in poche ore, prima di essere oscurato, aveva avuto migliaia di contatti e 35 adesioni con ‘mi piace’.
Il giovane ha confessato sostenendo che era soltanto una provocazione. Il gruppo era stato segnalato dall’associazione Meter di don Fortunato Di Noto e gli atti dell’inchiesta saranno trasferiti per competenza alla Procura distrettuale di Milano.
La Casta taglia le pensioni degli italiani, ma non tocca le proprie. Per i parlamentari il diritto al vitalizio scatta dopo soli cinque anni di mandato. Con contributi molto bassi. E con compensi incassati anche prima dei 50 anni. Così 2.307 tra ex deputati ed ex senatori si mettono in tasca ogni mese fino a settemila euro netti
Giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle che si godono la vita dopo gli anni di militanza parlamentare. Come Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi ed ex ministro dell'Agricoltura e dell'Ambiente. Presente alla Camera dal 1992, nel 2008 non è riuscito a farsi rieleggere e con cinque legislature nel carniere è stato costretto alla pensione anticipata. Ma nessun rimpianto. Da allora, cioè da quando aveva appena 49 anni, Pecoraro Scanio riscuote il vitalizio assicuratogli dalla Camera: ben 5.802 euro netti al mese che gli consentono di girare il mondo in attesa dell'occasione giusta per tornare a fare politica.
Oliviero Diliberto è un altro grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti italiani ed ex ministro della Giustizia, con quattro legislature alle spalle e ad appena 55 anni, anche lui si consola riscuotendo una ricca pensione di 5.305 euro netti. Euro in più, euro in meno, la stessa cifra che spetta a un altro pensionato-baby della sinistra, addirittura più giovane di Diliberto: Pietro Folena, ex enfant prodige del Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008 quando, con le cinque legislature collezionate, a soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro netti al mese.
Davvero niente male, considerando le norme restrittive che le varie riforme pensionistiche dal 1992 hanno cominciato ad introdurre per i comuni cittadini. Norme ferree per tutti, naturalmente, ma non per deputati e senatori che, quando si è trattato di ridimensionare le proprie pensioni, si sono ben guardati dal farlo. Certo, hanno accettato di decurtarsi il vitalizio con il contributo di solidarietà voluto da Tremonti per le "pensioni d'oro" e pari al 5 per cento per i trattamenti compresi fra i 90 e i 150 mila euro (una penalizzazione che tocca solo i parlamentari con oltre i 15 anni di mandato), ma per il resto hanno evitato i sacrifici imposti agli altri italiani. Tutto rinviato alla prossima legislatura quando, almeno stando all'annuncio del questore della Camera Francesco Colucci, e a una proposta del Pd, potrebbe entrare in vigore un nuovo modello pensionistico contributivo. A Montecitorio, però, il clima è rovente. Pochi giorni fa il presidente Gianfranco Fini non ha ammesso un ordine del giorno dell'Idv, che chiedeva l'abolizione dei vitalizi ("Un furto della casta", secondo il dipietrista Massimo Donadi). Secondo Fini, i diritti acquisiti non si toccano, al massimo si potrà discutere della riforma.
IL CLUB DEI CINQUE
Nel frattempo, l'andazzo continua, con l'esercito dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423 al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da Montecitorio. In questo pozzo senza fondo del privilegio ci sono anzitutto i superfortunati che con una sola legislatura, cioè appena cinque anni di contribuzione, portano a casa il loro bravo vitalizio. Personaggi anche molto noti e quasi sempre ancora nel pieno dell'attività professionale. Nell'elenco compare Toni Negri, ex leader di Potere operaio, docente universitario e scrittore. Venne fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo nel 1983 dai radicali di Marco Pannella. Approdato a Montecitorio, Negri ci restò il tempo necessario per preparare la fuga e rifugiarsi in Francia. Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199 euro netti. Stesso importo all'incirca riscosso da un capitano d'industria come Luciano Benetton (al Senato nel 1992, restò in carica solo due anni per lo scioglimento anticipato della legislatura) e da un avvocato di grido comeCarlo Taormina. E sono solo due casi tra i tanti. Nel "club dei cinque" sono presenti quasi tutte le categorie lavorative, con nomi spesso altisonanti. Compaiono intellettuali come Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa e Mario Tronti. Giornalisti di razza come Enzo Bettiza, Eugenio Scalfari, Alberto La Volpe, Federico Orlando; altri avvocati di grido come Raffaele Della Valle, Alfredo Galasso e Giuseppe Guarino; star dello spettacolo come Gino Paoli, Carla Gravina ePasquale Squitieri. Tutti incassano l'assegno calcolato con criteri tanto generosi quanto lontani da quelli in vigore per i comuni lavoratori.
GIOCHI DI PRESTIGI
O Per i deputati eletti prima del 2008 (per quelli nominati dopo è stata introdotta una modesta riforma di cui solo tra qualche anno vedremo gli effetti) vale il vecchio regolamento varato dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio nel 1997. Dice che i deputati il cui incarico sia cominciato dopo il '96 maturano il diritto al vitalizio a 65 anni, basta aver versato contributi per cinque. Fin qui, nulla da dire: il requisito dei 65 pone i deputati sulla stessa linea stabilita per la pensione di vecchiaia dei comuni cittadini. Ma basta scorrere il regolamento per scoprire le prime sorprese. L'età minima dei 65 anni si abbassa di una annualità per ogni anno di mandato oltre i cinque prima indicati, sino a toccare la soglia dei 60. E non è finita. Alla Camera ci sono ancora un gran numero di eletti prima del '96 e per questi valgono le norme precedenti. Secondo queste norme il diritto alla pensione si matura sempre a 65 anni, ma il limite è riducibile a 50 anni e ancor meno (come nel caso di Pecoraro Scanio), facendo cioè valere le altre annualità di permanenza in Parlamento oltre ai cinque anni del minimo richiesto. Questo accade nell'Eldorado di Montecitorio.
A palazzo Madama gli eletti si trattano altrettanto bene. Un regolamento del 1997 stabilisce che i senatori in carica dal 2001 possono, come alla Camera, andare in pensione al compimento del sessantacinquesimo anno con cinque anni di contributi versati. Ma attenzione, anche qui dal tetto dei 65 si può scendere eccome. Possono farlo tutti i parlamentari eletti prima del 2001. Per costoro, il diritto alla pensione scatta a 60 anni se si vanta una sola legislatura, ma scende a 55 con due mandati e a 50 con tre o più legislature alle spalle.
IL BABY ONOREVOLE Dall'età pensionabile alla contribuzione necessaria per la pensione, ecco un altro capitolo che riporta agli anni bui delle pensioni baby. Si tratta delle pensioni che consentivano alle impiegate pubbliche con figli di smettere di lavorare dopo 14 anni, sei mesi e un giorno (i loro colleghi potevano invece farlo dopo 19 anni e sei mesi). Ci volle la riforma Amato del '92 per cancellare lo sfacciato privilegio. Ma cassate per gli statali, le pensioni baby proliferano tra i parlamentari. Secondo il trattamento Inps in vigore per tutti i lavoratori, ci vogliono almeno 35 anni di contributi per acquisire il diritto alla pensione. I parlamentari invece acquisiscono il diritto appena dopo cinque anni e il pagamento di una quota mensile dell'8,6 per cento dell'indennità lorda (1.006 euro). Fino alla scorsa legislatura le cose andavano addirittura meglio per la casta. Bastava durare in carica due anni e mezzo per assicurarsi il vitalizio (è il caso di Benetton). Il restante delle annualità mancanti per arrivare a cinque potevano essere riscattate in comode rate. Nel 2007 è arrivato un colpo basso: i cinque anni dovranno essere effettivi. Una mazzata per Lorsignori, che si rifanno con la manica larga con la quale si calcola il vitalizio.
RIVALUTAZIONE D'ORO Sino agli anni Novanta, tutti i lavoratori avevano diritto a calcolare la pensione sui migliori livelli retributivi, cioè quelli degli ultimi anni (sistema retributivo). Successivamente, si è passati al sistema contributivo per cui la pensione è legata invece all'importo dei contributi effettivamente versati. Il salasso è stato pesante. Per tutti, ma non per i parlamentari. Che sono rimasti ancorati a un vantaggiosissimo marchingegno. Invece che sulla base dei contributi versati, deputati e senatori calcolano il vitalizio sulla scorta dell'indennità lorda (11 mila 703 euro alla Camera) e della percentuale legata agli anni di presenza in Parlamento. Con 5 anni di mandato si riscuote così una pensione pari al 25 per cento dell'indennità, cioè 2 mila 926 euro lordi.Raggiungendo invece i 30 anni di presenza si tocca il massimo, l'80 per cento dell'indennità che in soldoni vuol dire 9 mila 362 euro lordi. Vero che con una riforma del 2007 Camera e Senato hanno ridimensionato i criteri di calcolo dei vitalizi riducendo le percentuali: si va da un minimo del 20 dopo cinque anni al 60 per 15 anni e oltre di presenza in Parlamento. Ma a parte questa riduzione, gli altri privilegi restano intatti. Con una ulteriore blindatura, che mette al sicuro dall'inflazione e dalle altre forme di svalutazione: la cosiddetta "clausola d'oro", per cui i vitalizi si rivalutano automaticamente grazie all'ancoraggio al valore dell'indennità lorda del parlamentare ancora in servizio.
Ogni anno costano 217 milioni. I tagli del 30 per cento? Diventati del 3 per cento. E poi l'indennità, diarie, trasporti quasi gratis e perfino i parrucchieri. Però a loro non basta mai
E= mc al quadrato. Per una formuletta di tre lettere Einstein ha guadagnato il Nobel. Chissà che premio conquisterebbe uno scienziato capace di calcolare i rimborsi elettorali dei partiti italiani. Alla faccia della trasparenza. Ma quanto paghiamo ogni anno ai partiti? Nel 2011 circa 180 milioni (172 milioni per Camera, Senato, Europee e regionali cui vanno aggiunti amministrazioni a statuto speciale e referendum). Contando le voci accessorie si tocca quota 217, 5 milioni (senza contare esenzioni fiscali e sanatorie che vedremo). Un calcolo improbo (guarda l’infografica). Primo, i finanziamenti sono divisi in cinque fondi, uno per ogni elezione (Camera, Senato, Europee, Regionali e referendum). Secondo, la somma va divisa per anni e per consultazioni elettorali. Per dire, nel 2010 i partiti hanno preso i rimborsi per le politiche del 2006. Ma nel frattempo si erano svolte anche quelle del 2008. Gli uffici della Camera spiegano: “In alcuni anni i rimborsi si sommano”.
Per non parlar di mazzette. E la riduzione promessa del 30%? Quasi nulla: nel 2008 i rimborsi, sommando Camera e Senato (+ 10 % rispetto al 2011), Europee (+ 2 %) e regionali (-15 %) arrivano a 177 milioni. I tagli sarebbero del 3%. Ma in quell’anno si sovrapposero i rimborsi di due elezioni politiche, aggiungendo altri 37 milioni, per un totale di oltre 250. La politica è vorace. Qualche maligno, vedendo quanto entra nelle casse dei partiti dalle mazzette, sostiene che potrebbe bastare (ogni anno la corruzione ci costa 60 miliardi, quanto gli interessi sul debito). Ma oltre ai finanziamenti illeciti ci sono quelli legali. Qui forse i partiti contano sulla memoria corta degli italiani che nel referendum del 1993 avevano votato con il 90, 3 % contro il finanziamento pubblico. Ma è bastato cambiare il nome e i soldi sono rimasti. Anzi, sono aumentati a dismisura. Oggi si chiamano “rimborsi elettorali”.
I risultati sono paradossali, anche senza contare casi come quello ricordato da Sergio Rizzo eGian Antonio Stella del partito che alle Europee del 2004 spese 16. 435 euro e ne ricavò un rimborso di 3 milioni. Dal 1998 al 2008 i “rimborsi” ai partiti sono aumentati del 1110 %. Dal 1976 al 2006 gli italiani hanno sborsato ai partiti oltre 3 miliardi. Meglio non fare confronti: ogni francese paga 1, 25 euro l’anno, gli spagnoli arrivano a 2, 58, mentre noi italiani sfioriamo quota 3, 62 (contando i contributi ai giornali). Per carità di patria bisognerebbe tacere degli Stati Uniti, dove i cittadini pagano mezzo euro e una volta ogni 4 anni (per le Presidenziali).
Non basta: in sedici anni lo Stato ha pagato 600 milioni di euro (37 milioni l’anno) per i cosiddetti giornali organi di partito. Decine di testate, alcune storiche come l’Unità, altre figlie di partiti nemici di Roma Ladrona, come la Padania o il Foglio della famiglia Berlusconi e di Denis Verdini. Ma si ricorda anche dei contributi al Campanile nuovo dell’Udeur di Clemente Mastella. Giornali con una buona diffusione, ma anche testate mai viste in edicola. Fin qui le voci (faticosamente) quantificabili.
Ci sono state altre entrate sparse in mille leggi e leggine. Prima c’era stata la storia del 4 per mille infilato nella dichiarazione dei redditi. Ma è stata eliminata. Anche perché aveva portato una miseria. Poi ecco una norma mimetizzata nel testo unico sulle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche: prevede un’esenzione fiscale del 19% sulle donazioni. In pratica su 100 euro di donazione 19 li mette lo Stato.
Questioni di famiglia. Con esiti sconcertanti, come ricordato da Rizzo e Stella: “Le aziende diFrancesco Gaetano Caltagirone e della sua cerchia familiare hanno donato tra il 2008 e il 2010 all’Udc di Pier Ferdinando Casini, marito di Azzurra Caltagirone, 2 milioni e 700. 000 euro in 27 assegni da 100.000 euro”. Perché tante complicazioni? “Le donazioni ai partiti, fino a un tetto di 103. 000 euro, hanno appunto uno sconto fiscale del 19 per cento. Avessero fatto un assegno unico, con quel tetto, le aziende Caltagirone avrebbero potuto risparmiare 19. 000 euro. Facendone 27 ne hanno risparmiati 19. 000 per ciascuno. Risultato finale: uno sconto di 513. 000”. Niente di illegale, la colpa non è di Caltagirone. Ma se invece che al partito del genero avesse regalato la somma, per dire, a un’associazione per bambini malati avrebbe avuto sgravi fiscali 51 volte inferiori.
Così ai 220 milioni di euro ne vanno aggiunti altri. Impossibile dire quanti. Dovrebbero bastare. E invece no, perché poi a questo bisogna aggiungere stipendi e benefit di tanti esponenti di partito che sono parlamentari o consiglieri regionali. Un elenco che per gli inquilini di Montecitorio è lungo come un rosario: l’indennità mensile, dopo le ultime riduzioni, è pari a 5. 246, 97 euro netti (5. 007, 36 per chi svolge altri lavori). La diaria, riconosciuta a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma è di 3. 503, 11 euro. Il rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori vale 3. 690 euro.
Pure i gettoni. Per i trasporti ogni deputato usufruisce di tessere per la libera circolazione (in Italia) autostradale, ferroviaria, marittima e aerea. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso trimestrale (da 3. 323, 70 a 3. 995, 10 euro). Il Parlamento non fornisce cellulari, ma ogni deputato dispone di 3098, 74 euro l’anno per le spese telefoniche. Ecco poi l’assegno di fine mandato e il vitalizio che a ogni legislatura si promette di eliminare. Infine parrucchieri (uno ogni 52 parlamentari), bar e ristoranti che costano come il dopolavoro ferroviario. Per non dire delle auto blu. Infine le sanatorie per l’affissione abusiva di manifesti elettorali. Un classico. Così un writer che scarabocchia un muro di Roma si becca 500 euro di multa. Mentre un partito che imbratta mezza Italia si vota la sanatoria che liquida le multe con mille euro.
daIl Fatto Quotidianodel 24 novembre 2011E poi l'indennità, diarie, trasporti quasi gratis e perfino i parrucchieri. Però a loro non basta mai
E= mc al quadrato. Per una formuletta di tre lettere Einstein ha guadagnato il Nobel. Chissà che premio conquisterebbe uno scienziato capace di calcolare i rimborsi elettorali dei partiti italiani. Alla faccia della trasparenza. Ma quanto paghiamo ogni anno ai partiti? Nel 2011 circa 180 milioni (172 milioni per Camera, Senato, Europee e regionali cui vanno aggiunti amministrazioni a statuto speciale e referendum). Contando le voci accessorie si tocca quota 217, 5 milioni (senza contare esenzioni fiscali e sanatorie che vedremo). Un calcolo improbo (guarda l’infografica). Primo, i finanziamenti sono divisi in cinque fondi, uno per ogni elezione (Camera, Senato, Europee, Regionali e referendum). Secondo, la somma va divisa per anni e per consultazioni elettorali. Per dire, nel 2010 i partiti hanno preso i rimborsi per le politiche del 2006. Ma nel frattempo si erano svolte anche quelle del 2008. Gli uffici della Camera spiegano: “In alcuni anni i rimborsi si sommano”.
Per non parlar di mazzette. E la riduzione promessa del 30%? Quasi nulla: nel 2008 i rimborsi, sommando Camera e Senato (+ 10 % rispetto al 2011), Europee (+ 2 %) e regionali (-15 %) arrivano a 177 milioni. I tagli sarebbero del 3%. Ma in quell’anno si sovrapposero i rimborsi di due elezioni politiche, aggiungendo altri 37 milioni, per un totale di oltre 250. La politica è vorace. Qualche maligno, vedendo quanto entra nelle casse dei partiti dalle mazzette, sostiene che potrebbe bastare (ogni anno la corruzione ci costa 60 miliardi, quanto gli interessi sul debito). Ma oltre ai finanziamenti illeciti ci sono quelli legali. Qui forse i partiti contano sulla memoria corta degli italiani che nel referendum del 1993 avevano votato con il 90, 3 % contro il finanziamento pubblico. Ma è bastato cambiare il nome e i soldi sono rimasti. Anzi, sono aumentati a dismisura. Oggi si chiamano “rimborsi elettorali”.
I risultati sono paradossali, anche senza contare casi come quello ricordato da Sergio Rizzo eGian Antonio Stella del partito che alle Europee del 2004 spese 16. 435 euro e ne ricavò un rimborso di 3 milioni. Dal 1998 al 2008 i “rimborsi” ai partiti sono aumentati del 1110 %. Dal 1976 al 2006 gli italiani hanno sborsato ai partiti oltre 3 miliardi. Meglio non fare confronti: ogni francese paga 1, 25 euro l’anno, gli spagnoli arrivano a 2, 58, mentre noi italiani sfioriamo quota 3, 62 (contando i contributi ai giornali). Per carità di patria bisognerebbe tacere degli Stati Uniti, dove i cittadini pagano mezzo euro e una volta ogni 4 anni (per le Presidenziali).
Non basta: in sedici anni lo Stato ha pagato 600 milioni di euro (37 milioni l’anno) per i cosiddetti giornali organi di partito. Decine di testate, alcune storiche come l’Unità, altre figlie di partiti nemici di Roma Ladrona, come la Padania o il Foglio della famiglia Berlusconi e di Denis Verdini. Ma si ricorda anche dei contributi al Campanile nuovo dell’Udeur di Clemente Mastella. Giornali con una buona diffusione, ma anche testate mai viste in edicola. Fin qui le voci (faticosamente) quantificabili.
Ci sono state altre entrate sparse in mille leggi e leggine. Prima c’era stata la storia del 4 per mille infilato nella dichiarazione dei redditi. Ma è stata eliminata. Anche perché aveva portato una miseria. Poi ecco una norma mimetizzata nel testo unico sulle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche: prevede un’esenzione fiscale del 19% sulle donazioni. In pratica su 100 euro di donazione 19 li mette lo Stato.
Questioni di famiglia. Con esiti sconcertanti, come ricordato da Rizzo e Stella: “Le aziende diFrancesco Gaetano Caltagirone e della sua cerchia familiare hanno donato tra il 2008 e il 2010 all’Udc di Pier Ferdinando Casini, marito di Azzurra Caltagirone, 2 milioni e 700. 000 euro in 27 assegni da 100.000 euro”. Perché tante complicazioni? “Le donazioni ai partiti, fino a un tetto di 103. 000 euro, hanno appunto uno sconto fiscale del 19 per cento. Avessero fatto un assegno unico, con quel tetto, le aziende Caltagirone avrebbero potuto risparmiare 19. 000 euro. Facendone 27 ne hanno risparmiati 19. 000 per ciascuno. Risultato finale: uno sconto di 513. 000”. Niente di illegale, la colpa non è di Caltagirone. Ma se invece che al partito del genero avesse regalato la somma, per dire, a un’associazione per bambini malati avrebbe avuto sgravi fiscali 51 volte inferiori.
Così ai 220 milioni di euro ne vanno aggiunti altri. Impossibile dire quanti. Dovrebbero bastare. E invece no, perché poi a questo bisogna aggiungere stipendi e benefit di tanti esponenti di partito che sono parlamentari o consiglieri regionali. Un elenco che per gli inquilini di Montecitorio è lungo come un rosario: l’indennità mensile, dopo le ultime riduzioni, è pari a 5. 246, 97 euro netti (5. 007, 36 per chi svolge altri lavori). La diaria, riconosciuta a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma è di 3. 503, 11 euro. Il rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori vale 3. 690 euro.
Pure i gettoni. Per i trasporti ogni deputato usufruisce di tessere per la libera circolazione (in Italia) autostradale, ferroviaria, marittima e aerea. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso trimestrale (da 3. 323, 70 a 3. 995, 10 euro). Il Parlamento non fornisce cellulari, ma ogni deputato dispone di 3098, 74 euro l’anno per le spese telefoniche. Ecco poi l’assegno di fine mandato e il vitalizio che a ogni legislatura si promette di eliminare. Infine parrucchieri (uno ogni 52 parlamentari), bar e ristoranti che costano come il dopolavoro ferroviario. Per non dire delle auto blu. Infine le sanatorie per l’affissione abusiva di manifesti elettorali. Un classico. Così un writer che scarabocchia un muro di Roma si becca 500 euro di multa. Mentre un partito che imbratta mezza Italia si vota la sanatoria che liquida le multe con mille euro.
Sono onorato di riportare nel nostro blog e conseguentemente riversarlo nel nostro gruppo su facebook l'articolo che è stato pubblicato nel gruppo di Marco (a cui sono iscritto) in quanto ho sempre ritenuto e ritengo che l'arma vincente per fare crescere il nostro paese sia quella di condividere al di sopra dei partiti e traversalmente idee, proposte, opinioni di tutti coloro i quali mettono il proprio tempo ed energie al servizio del bene collettivo senza scopo di lucro per migliorare il nostro paese.
Marco è giovane, ( per me i giovani sono il futuro del nostro paese) e ha avuto una valida idea fondando il gruppo su facebook, che tra l'altro ha molte adesioni. Il nostro gruppo quindi pur avendo altri intenti come quello di fare inserire un codice etico negli statuti dei partiti e quindi porre al loro centro la questione morale finqui disattesa dai medesimi non si contrappone ad altri gruppi, anzi ne facilita come è in questo caso palesando pubblicamente e dando il giusto risalto.
Lavorando uniti e sinergicamente noi cittadini senza potere, possiamo giorno dopo giorno, dare buon esempio, proporre e far valere le nostre istanze pure e oneste. Quindi coraggio Marco e a tutti coloro i quali come Marco stanno cercando ribadisco di migliorare dalla base (visto che il vertice è endemicamente corrotto) il nostro meraviglioso paese.
Gabriele Cervi
ECCO L'ARTICOLO DI GIORNALE CHE IL TIRRENO CI HA DEDICATO DOPO LA GRANDISSIMA SERATA ALLA TRASMISSIONE DI SANTORO "SERVIZIO PUBBLICO",E' TUTTO MERITO VOSTRO SE SIAMO ARRIVATI FIN QUI,DOBBIAMO CONTINUARE INSIEME A CREDERE IN QUESTA GRANDE RIVOLUZIONE.
PER INGRANDIRE L'ARTICOLO DIGITA SUL MEDESIMO QUI SOTTO.
opo tante parole scritte, dette e urlate sulla Casta dei partiti politici, adesso siamo arrivati al dunque. La Casta si trova di fronte a un esame ultimativo dal quale dipende la vita o la morte. Non in senso fisico, per fortuna, bensì morale. Perché sono in gioco la sua autorità nel guidare l’Italia, la sua credibilità etica, il suo stesso buon nome. Il test non potrebbe essere più semplice. Dal momento che l’ultimo governo, quello di Silvio Berlusconi, è defunto per i motivi che tutti conosciamo, è indispensabile metterne in sella un altro. Bisogna farlo in fretta, perché gli squali del mercato finanziario sono arrivati anche dentro le fontane dei nostri giardini pubblici. E bisogna affidarlo a un signore che conosce bene, per studi e per esperienza, che cosa dobbiamo fare per non finire straziati dai pescecani.
Il presidente della Repubblica ha indicato alla Casta un nome: Mario Monti. Non lo ha ancora proposto in modo formale perché i tempi della crisi sono quelli che conosciamo: molto, molto stretti. Ma è inutile strologare sulle procedure. Tutta l’Italia sa che Napolitano vorrebbe lui nella trincea di Palazzo Chigi. E lo vorrebbe subito per uno scopo preciso: non presentarci lunedì alla riapertura dei mercati finanziari come il mitico don Falcuccio, che andava in giro nudo di dietro e nudo davanti. Alla Casta il Quirinale pone una domanda sola. Lo accettate oppure no un governo d’emergenza guidato dal professor Monti? Siete disposti a sacrificare, almeno per una volta, i vostri interessi di partito e personali, oggi diventati piccoli piccoli davanti al grande rischio che corrono milioni di italiani?
Una parte della Casta, per esempio quella con fazzoletto verde della Lega di Umberto Bossi, ha già detto di no. Un’altra parte, il Partito democratico di Pierluigi Bersani e e il Terzo polo guidato da Pier Ferdinando Casini , ha risposto sì. Un’ulteriore parte della Casta, il Pdl di Silvio Berlusconi traccheggia. Non sa come rispondere al test, litiga, si insulta nel tinello di Palazzo Grazioli, rischiando di spaccarsi. Infine c’è un quarto settore, quello guidato da Tonino Di Pietro. Sulle prime il capo dell’Italia dei valori spara un no identico alla Lega, ma poi comincia a ripensarci. Perché una quota importante della sua base lo sta mandando a quel paese, chiedendogli di votare il governo Monti.
Nel suo insieme è uno spettacolo miserabile, con rispetto parlando. Lasciatelo dire a un cronista come il sottoscritto che da mezzo secolo racconta le avventure tragicomiche della Casta nostrana. L’ho vista fare di tutto e di più, tanto nella prima che nella seconda Repubblica. Cose buone e cose cattive. Fra quelle cattive ci metterei, da una certa data in poi, la disinvoltura criminale nel far crescere il debito pubblico. Un mostro che non può essere messo sul conto del solo Berlusconi. Per non andare troppo all’indietro nel tempo, voglio ricordare come si è condotta la Casta nella Seconda Repubblica. A partire dal 1994, l’anno delle prime elezioni generali della nuova era. Il voto popolare premia il Cavaliere che dà vita a un governo di centrodestra. Siamo in marzo, il governo muore dopo appena nove mesi, grazie al ribaltone di Bossi e di Rocco Buttiglione.
Viene messo in sella un governo guidato da Lamberto Dini, un tecnico, già ministro del Tesoro nel primo esecutivo del Cavaliere. Nel 1995 le sinistre cercano un nuovo candidato premier e a denti stretti scelgono Romano Prodi, un tecnico di area democristiana. Tra mille difficoltà e sospetti interni, Prodi vince e va al governo. E’ l’aprile 1996. Due anni e mezzo dopo, il professore è costretto a dimettersi per il voto contrario di Rifondazione comunista. Caduto Prodi, a Palazzo Chigi entra Max D’Alema, il primo comunista italiano a diventare premier. È l’ottobre 1998. Non passano neppure due anni e nella primavera del 2000, Max si dimette anche lui. Al suo posto va in sella Giuliano Amato che, bene o male, completerà la legislatura per conto del centrosinistra. Nel maggio 2001 vince di nuovo Berlusconi. Dura cinque anni, però non riesce a combinare un granché: parole tante, fatti pochi. La spesa pubblica aumenta e il deficit dello stato continua a crescere in modo incontrollato. Le promesse del Cavaliere sono davvero una miriade, ma soltanto poche vengono mantenute. Alle elezioni generali del 2006, per la seconda volta ha la meglio Prodi. Ma il suo nuovo governo di centrosinistra dura ancora meno del primo. Il Professore cade nel gennaio 2008. Messo a terra da quelle che lui chiama le frange lunatiche della sinistra. Vale a dire dalla solita Rifondazione comunista. In un carnevale grottesco che vede dei ministri rossi gioire per gli scioperi contro il governo.
L’Italia viene chiamata a elezioni anticipate. È il trionfo di Berlusconi. Nella primavera del 2008, il Cavaliere conquista una maggioranza mai vista nel Parlamento italiano: una montagna di voti, di deputati, di senatori. Ma la montagna non è di roccia, bensì di terriccio instabile, soggetto alla frane. Infatti il centrodestra a poco a poco si sgretola. Tanto che, ai giorni nostri, il governo va a ramengo e Silvio è costretto alle dimissioni. Cari lettori di “Libero”, questa è la Casta dei partiti nostrani. Che cosa possiamo aspettarci da qualche migliaio di signori che, sia pure non tutti, pensano a nient’altro che al proprio cadreghino? Soltanto il peggio. Dovevano dimezzare il numero dei parlamentari e sono ancora tutti lì, inchiodati a Montecitorio e a Palazzo Madama. Dovevano abolire tutte le province e non si è mossa una foglia. Dovevano eliminare una quantità di spese inutili e non hanno tagliato quanto era necessario. I privilegi della Casta sono rimasti intatti. Nel frattempo è arrivato una specie di Giudizio universale. La crisi finanziaria globale ci ha investito in pieno. La Borsa crolla quasi tutti i giorni. Il valore dei titoli bancari è talmente sceso che non mi stupirei di vedere un paese del terzo Mondo, o meglio ancor la Cina comunista, comprarsi i nostri primari istituti di credito. Tra poco i titoli di Stato italiani potrebbero sembrare carta straccia. Bisogna farci il segno della croce e sperare che santa Scarabola, la santa dei miracoli impossibili, ci aiuti a ottenerne il rimborso.
Ma la Casta ha fatto anche di peggio. Milioni di italiani si rivolgono, angosciati, due domande che non si erano mai proposte. Il nostro sistema bancario reggerà? E i nostri risparmi, custoditi nei conti correnti, saranno al sicuro o no? In tantissime famiglie si è insinuata la paura di perdere quel poco di benessere che hanno conquistato. Conosco casalinghe che, per la prima volta nella vita, ogni sera ascoltano i telegiornali per sapere se il maledetto spread con i titoli tedeschi è salito o sceso.
La Casta si rende conto del panico silenzioso che sta distruggendo la tranquillità di tanti cittadini senza potere? Forse sì, ma l’osserva con il distacco del menefreghista. E può anche darsi che non lo avverta nepppure, presa com’è dai soliti giochi di palazzo. Tuttavia, insieme alla nostra credibilità politica e finanziaria, c’è dell’altro che sta svanendo. Sono le facce dei capi politici, che appaiono sempre più l’ombra di se stessi. Il Di Pietro tuonante contro il mondo intero oggi ha il faccione flaccido del leader bastonato dai propri elettori. Nichi Vendola ha perso la sua facondia surreale e blatera a favore di un governo di scopo, che poi sarebbe una patrimoniale feroce. Nei vertici del Pdl volano gli stracci e gli insulti. Sotto gli occhi atterriti di un Cavaliere che non crede ancora alla fine del proprio ciclo politico. E sa bene che da un voto anticipato può aspettarsi soltanto una catastrofe per il suo partito.
Che cosa doveva fare il presidente Napolitano? Restare a guardare o cercare una via d’uscita? Per fortuna nostra, ha scelto la seconda strada. Il capo dello Stato sa bene che non siamo una repubblica presidenziale. Ma pur nei limiti dei suoi poteri si è mosso con saggezza e rapidità. E ci propone il leader giusto nel momento giusto: Monti. Se la Casta non vuole accettarlo, si renda almeno conto di essere alla fine della pacchia. Un’altra strada non esiste. Non vi piace Monti? Allora beccatevi gli squali della speculazione. Sono lì che aspettano voi e noi. Con i denti affilati e pronti a straziarci tutti. Ma starei attento anche ai colpi di coda del Cavaliere. Nessuno sa che cosa gli passi per la testa in questo momento molto drammatico per lui. Si è limitato a dire: «Non voglio essere umiliato». Qualche amico dovrebbe spiegargli che è stato lui a fare l’impossibile per mettersi in croce da solo.
Seconda puntata della videostory dedicata alle gesta di Berlusconi, dagli anni ’80 fino ai giorni nostri. In questa parte la storia di Silvio a cavallo tra Tangentopoli e la sua discesa in campo. Montaggio a cura di trarcomavaglio1 e ladygroove71b. http://www.youtube.com/user/trarcomavaglio1. http://www.youtube.com/ladygroove71b.
neludibile. La nascita di un governo di emergenza è stata definita così da Silvio Berlusconi. Sono sei sillabe di saggezza, una qualità che il premier in uscita dimostra ancora di avere, per sua e per nostra fortuna. Confesso che, nel terremoto finanziario e politico di questi giorni, non mi aspettavo di ritrovarla nel Cavaliere. Invece si è arreso all’evidenza, ha fatto di necessità virtù. Se non cambierà idea, va salutato con la bandiera. Qualche suo amico gli suggeriva di lasciare la scena con dignità. Bisogna dare atto a Berlusconi di esserci riuscito. Qualcuno ieri mi ha chiesto se ero contento della fine di Silvio. Gli ho risposto che non mi sentivo né contento né felice. I giornalisti non debbono mai atteggiarsi a profeti. E come recita un motto americano, che voglio ricordare ancora una volta, «nessun articolo deve puzzare di io l’avevo detto». Pur non essendo un elettore del centro-destra, come cittadino mi ero augurato che Berlusconi governasse al meglio il nostro paese. Soprattutto dopo il trionfo elettorale del 2008. Purtroppo non è andata così. E chi mi legge sa, da tempo lo vedevo avviato verso un disastro. Il Cavaliere è stato sconfitto dai propri errori e dalle spaventose dimensioni della crisi economica e finanziaria. Gli anti-Cav in servizio permanente effettivo non hanno nessun merito per la sua partenza. Come aveva detto qualche mese fa un intelligente giornalista del Foglio di Giuliano Ferrara, «il suo ciclo bio-politico si era concluso».
Anti-Silvio senza lavoro - Adesso, con il rispetto che si deve a tutti, la pratica Berlusconi va archiviata. Senza strepiti rabbiosi né urla di gioia. Tuttavia mi viene da sorridere al pensiero delle centinaia di volumi scritti contro di lui, merce che resterà invenduta per sempre nelle librerie italiane. E mi domando a quale chiodo si attaccheranno i tanti che, per anni, si sono affannati a giustiziare ogni giorno il Caimano. Sui giornali di ieri si ritrovava una traccia del loro sgomento. Sulla Stampa un impavido Massimo Gramellini concludeva così il lungo resoconto del proprio lavoro per demolire il Berlusca: «Senza di lui, non mi annoierò, ma certo dovrò faticare di più». E sul Corriere della sera un altro segugio anti-Cav, Beppe Severgnini, rievocava con malinconia gli otto giorni buttati via in otto diverse città americane per spiegare tutte le colpe di Silvio B. Chi per ora sembra vincere sotto questa tempesta è l’italiano senza potere, il mitico uomo della strada, che dalla politica si aspetta di veder tornare un poco d’ordine nel condominio in cui tutti abitiamo. Se riusciremo ad ottenerlo, lo dovremo soprattutto a un signore di 86 anni che nel 2006 era stato eletto presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano.
Re Umberto - All’epoca della Prima Repubblica l’avevo raccontato e intervistato più volte. Non era un cliente facile. «Re Umberto», come veniva chiamato anche dai suoi compagni del Pci, era un politico meticoloso, dal carattere difficile, a volte scostante. La sua pignoleria non faceva sconti a nessuno. Dopo un colloquio destinato alla stampa, voleva sempre leggerne il testo, soppesando parola per parola, virgola dopo virgola. La sua era una difesa sacrosanta nei confronti di un’informazione andante, imprecisa, sommaria, dove l’errore del cronista non era più considerato un delitto come accadeva con i direttori di un tempo. La lettura preventiva si concludeva con un sospiro, dal significato inespresso, ma chiaro: «Purtroppo i giornali sono frequentati da dilettanti, braccia strappate al lavoro sui campi». Non gli piaceva essere chiamato «re Umberto», per la calvizie, le fattezze del volto, il tratto un tantino altezzoso. Un giorno che mi capitò di usare in un articolo quel nomignolo, ricevetti un rimprovero molto urbano nella forma, ma assai risentito: «Basta con questa storia di re Umberto! Per lo meno scegliete un termine di confronto più attuale, più moderno». Per cavarmi d’impaccio, gli proposi: «Me lo suggerisca lei, onorevole». Napolitano mi squadrò con ironia, si lisciò la pelata, poi butto lì, con finta noncuranza: «Dite almeno che assomiglio a lord Carrington, il segretario della Nato». Già, la Nato, l’Alleanza atlantica. Nel sentirla ricordare da Napolitano, mi ritornò in mente Enrico Berlinguer. Il leader del Pci mi aveva detto di sentirsi più sicuro sotto lo scudo della Nato che sotto quello del Patto di Varsavia, comandato dall’Unione sovietica. Qualche volta, i comunisti di un tempo sapevano essere davvero sorprendenti.
Nuove energie - Oggi, se usciremo indenni da questa guerra europea lo dovremo a un ex comunista arrivato sino a noi con un bagaglio di saggezza. Napolitano forse passerà alla storia come il salvatore dell’Italia confusa e divisa del 2011. La sua mossa di nominare senatore a vita Mario Monti ha sorpreso tutti, amici e avversari. Adesso dobbiamo sperare che il Professore venga incaricato di formare il governo. E che riesca nell’intento. In marzo Monti ha compiuto 68 anni, dunque è ancora giovane in un paese di vecchi come il nostro. Possiede risorse fisiche e mentali che il Cavaliere, di sette anni più anziano, in parte non aveva più. Il Professore ne avrà bisogno perché è atteso da un compito tremendo: rimettere in piedi una nazione che rischia di sfasciarsi e ridarle un minimo di speranza in un futuro normale. La sua corsa deve ancora cominciare e già non si annuncia facile. Il nuovo premier, se davvero accetterà l’incarico, dovrà dotarsi della squadra giusta. Poi dovrà ottenere la fiducia del Parlamento. Quindi dovrà decidere le prime mosse. Infine dovrà sperare che la politica non le mandi in fumo.
Siamo in guerra - Ritorna di moda un termine che sembrava caduto in disuso: dovere. La mia adolescenza è stata governata da questo verbo: «Devi studiare, devi obbedire ai genitori, devi imparare un mestiere, devi arrangiarti». Non viviamo più nel paradiso che ci prometteva il Cavaliere. Non siamo ancora precipitati nell’inferno, però rischiamo di caderci. Sento dire che l’Italia è in guerra. Contro chi ci vorrebbe falliti, ma anche contro noi stessi. I nemici più pericolosi si nascondono dentro di noi. Sono le nostre maledette abitudini a dividerci, a non essere solidali, a fare i furbi a proprio vantaggio, a non pagare mai il dazio, a rifiutare il peso della responsabilità, a respingere i sacrifici necessari. Il presidente Napolitano ci ha svegliati da un sogno. E ci ha messi di fronte a una verità: possiamo salvarci, ma possiamo anche morire. Bisogna augurarsi che il nuovo governo di emergenza, se come spero nascerà, metta tutti alla frusta. Vivremo un tempo di lacrime e sangue, come diceva Winston Churchill agli inglesi sotto le bombe degli aerei tedeschi. C’è ancora modo per farsi del male e per finire tutti sottoterra. Voglio ricordarlo soprattutto alla casta dei partiti: non impazzite, siate saggi. In caso contrario, niente vi verrà perdonato. Pagherete caro, pagherete tutto. di Giampaolo Pansa
Ci vorrebbe un partito - ME.TRO. (Merighi - Troja)
GRUPPO APERTO DIGITA QUI SOTTO SE VUOI VEDERE IL VIDEO PARTITI SANGUISUGHE
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MIE LETTERE PUBBLICATE DAI GIORNALI
1 | POLITICA E ANTIPOLITICA MIA RISPOSTA A MONS. RINI DIRETTORE DEL SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA GIOVEDI 3 NOV.2011
MIA LETTERA PUBBLICATA SUL SETTIMANALE ILA DI CRE1 | POLITICA E ANTIPOLITICA MIA RISPOSTA A MONS. RINI DIRETTORE DEL SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA GIOVEDI 3 NOV.2011
La Lega vince la sua battaglia ottenendo il parere favorevole del Consiglio regionale e sceglie come simbolo la Croce del Campo, gioiello bresciano che guidava gli eserciti della Lega lombarda
La Croce al Campo di Brescia
Brescia, 8 novembre 2011 - La Lega vince la sua battaglia politica per esporre nelle sedi di Regione Lombardia il crocifisso. La controversa proposta di legge della pattuglia del Carroccio e' stata infatti approvata oggi in Consiglio regionale con il voto favorevole anche di Pdl, Udc e Pensionati.L'opposizione di centrosinistra (Pd, Idv, Sel, Penati) ha scelto l'"Aventino" ed e' uscita dall'aula al momento del voto, bollando l'iniziativa come ''strumentale e propagandistica''.
La norma prevede l'esposizione del simbolo cristiano nelle sale istituzionali e all'ingresso dei palazzi e degli immobili di proprieta' regionale, a partire dai due grattacieli Pirelli e Lombardia. Con 2.500 euro e' stato finanziato l'acquisto dei primi esemplari, mentre contrariamente alla versione iniziale del testo non sono previste sanzioni per chi non si dovesse sdeguare alla disposizione.
"SINISTRA PONZIO PILATO " - ''Un'azione volta a ribadire le nostre comuni radici cristiane e non una clava da brandire contro i migranti di altre confessioni'', e' stato il distinguo dell'Udc. Per il Pd invece quella di oggi e' stata ''una discussione strumentale e propagandistica che ha reso il crocifisso simbolo di divisione''. La Lega ha accusato le minoranze che hanno scelto di lasciare i loro scranni di ''mancanza di coraggio di decidere e che per questo, come Ponzio Pilato, decidono di lavarsene le mani''.
SIMBOLO STORICO - I 'lumbard' hanno quindi festeggiato l'esito favorevole del voto anticipando l'intenzione di donare al Consiglio un particolare esemplare di crocifisso, mostrato al termine della votazione, da esporre poi definitivamente in aula: una riproduzione rivisitata della Croce del Campo, o dell'Orifiamma, in legno argentato e gemme, del XI-XII secolo, che veniva issata sul carroccio bresciano durante le battaglie della Lega Lombarda e che oggi è conservata nel Duomo Vecchio di Brescia.
Guai a voi scribi e farisei ipocriti!
06/11/2011 | POLITICI CARISSIMI: LA SOLA CAMERA DEI DEPUTATI CI COSTA 2.215 EURO AL MINUTO
QUTIDIANO DI CREMONA
LETTERA PUBBLICATA DAL QUOTIDIANO LA CRONACA VENERDI 4 NOVEMBRE 2011
03/11/2011 | POLITICA E ANTIPOLITICA MIA RISPOSTA A MONS. RINI DIRETTORE DEL SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA GIOVEDI 3 NOV.2011