30/06/2011

“Un referendum per abbattere il Porcellum” Società civile e Web lanciano raccolta firme

SOCIETÀ

29 Giugno 2011

Referendum per abbattere il Porcellum
 I promotori lanciano la raccolta firme

Abolire il premio di maggioranza e le liste bloccate. Dalla Rete alle piazze, parte la campagna per cambiare la legge elettorale scritta dal ministro Roberto Calderoli alla vigilia delle elezioni 2006

 

 

Sembrava solo un'idea, ma in poche settimane la macchina organizzativa si è messa in moto e in queste ore prende il via la raccolta di firme. Secondo Enrico De Mita, professore emerito di Giurisprudenza presso l'Università Cattolica di Milano, "di fronte all'inerzia del Parlamento non c'è niente di meglio che l'abrogazione popolare di una legge elettorale sconcia". Lo ha scritto sul Sole 24 Ore, in un editoriale in prima pagina intitolato "Un referendum abroghi il Porcellum". Così l'attuale legge fu ribattezzata dal suo stesso estensore, il ministro Roberto Calderoli, che ideò il nuovo sistema a pochi mesi dalle elezioni del 2006 per salvare da sconfitta certa la coalizione di centrodestra. E in qualche modo si può dire che ci riuscì. Il 30 giugno il Comitato referendario inizia l'iter per arrivare alla consultazione popolare. Come nel caso di acqua, nucleare e legittimo impedimento, la campagna ha preso il via in Rete, con le iniziative di Valigia blu e Libertà e giustizia  di Eleonora Bianchini


 

 

“Un referendum per abbattere il Porcellum” Società civile e Web lanciano raccolta firme

Secondo Enrico De Mita, professore emerito di Giurisprudenza presso l'Università Cattolica di Milano, "di fronte all'inerzia del Parlamento non c'è niente di meglio che l'abrogazione popolare di una legge elettorale sconcia". Il 30 giugno il Comitato referendario inizia l'iter per arrivare alla consultazione popolare. Su Internet le iniziative di Valigia blu e Libertà e giustizia

“Esiste nel nostro ordinamento una legge elettorale maggioritaria talmente sconcia che è stata battezzata ‘porcellum’” e che “è l’esempio classico di una vicenda irrazionale che sollecita un referendum abrogativo”. A proporre un’altra consultazione dopo il successo dei quesiti su acqua, nucleare e legittimo impedimento non è un comitato referendario, ma Enrico De Mita, professore emerito di Giurisprudenza presso l’Università Cattolica di Milano, che ieri ha lanciato l’appello dalla prima pagina del Sole 24 Ore. Un parere autorevole che si unisce alle voci che in Rete e nella società civile chiedono l’abrogazione della legge elettorale.

L’iniziativa principale è “Io Firmo. Riprendiamoci il voto” promossa dall’ex senatore Ds Stefano Passigli del Comitato per il Referendum sulla legge elettorale che evidenzia i quattro principali difetti del Porcellum: le liste bloccate, il premio di maggioranza, le deroghe alla soglia di sbarramento e l’obbligo di indicazione del candidato premier. L’obiettivo sono 500mila firme e sul sito è possibile leggere i tre quesiti. Nei prossimi giorni sarà poi disponibile online la lista dei punti dove verranno raccolte le firme, mentre gli organizzatori stanno procedendo all’invio dei moduli negli 8.094 comuni d’Italia. “Il 30 giugno è la data ufficiale di inizio ed entro il 30 settembre dovremo depositare le firme presso la Corte di Cassazione”, spiega Passigli che ricorda l’importanza dell’onda lunga di Internet: “Il fermento per questo referendum viene dalla Rete e dall’innovazione tecnologica. Anche se l’ultima consultazione non avesse raggiunto il quorum, noi avremmo comunque proposto l’abrogazione del Porcellum per via referendaria. E sono tanti gli italiani che dall’estero vogliono partecipare. Il problema sarà l’autenticazione delle loro firme, di cui può occuparsi solo il consolato”.

Ma c’è dell’altro. Infatti qualche settimana fa Valigia blu e Libertà e giustizia hanno lanciato il sito www.ridatecilanostrademocrazia.it, l’appello permanente per cambiare la legge elettorale che suFacebook ha già raggiunto i 30mila fan. I promotori hanno inviato un messaggio anche a Giorgio Napolitano e, nel caso in cui entro le prossime politiche si torni a votare con questa legge, hanno pensato alla certificazione “No Porcellum” da riconoscere ai partiti che si impegneranno a fare le primarie e selezionare i candidati rispettando la volontà degli elettori. L’obiettivo è dire basta alle liste bloccate: “Ridateci la sovranità che ci appartiene – scrivono sul web – perché vogliamo riprenderci il diritto di scegliere chi ci rappresenta in Parlamento”, si legge nelle pagine del sito.

La reazione dal basso prosegue anche su altre pagine Facebook, dove gli utenti insistono sul ritorno delle preferenze e si organizzano a livello locale per i tavoli di raccolta firme. Ma secondoGiovanni Sartori, membro del Comitato, il vero scandalo del Porcellum risiede nel premio di maggioranza perché “falsifica i risultati elettorali attribuendo i seggi a una minoranza”. Invece, per il politologo, “possiamo discutere sulle liste bloccate, ma quando c’erano le preferenze pochi italiani sceglievano i candidati e a sud in molti casi si trattava di voti di scambio”.

I cittadini, come per i quesiti di due settimane fa, hanno preso in mano la situazione e condividono informazioni sulla necessità di una nuova legge. Consapevoli dei propri diritti e senza più fiducia nella classe politica, vogliono esprimersi e decidere in prima linea. Enrico De Mita sul Sole osserva che “nell’inerzia del Parlamento non c’è niente di meglio che l’abrogazione popolare, facendo risolvere il problema dai cittadini. Quanto meno si apre nel Paese una discussione chiara”. Un’affermazione indirettamente confermata anche dall’autore della legge Roberto Calderoli che qualche giorno fa ha rimesso la responsabilità della legge nelle mani dell’intera classe politica:“Vengo accusato di avere fatto la madre di tutti i mali, il Porcellum – ha detto – ma credo che sotto sotto non ci sia segretario di partito che non fosse contento per le liste bloccate”. La ragione dell’urgenza risiede nella realizzazione della democrazia, dove i cittadini hanno il diritto di scegliere da chi essere rappresentati, diversamente da quanto accade oggi. Prosegue De Mita: “E’ meglio un referendum che una situazione come quella attuale, dove i diritti dei cittadini non sono tutelati nella scelta delle persone, dove si assiste a passaggi indecorosi da uno schieramento all’altro”shinystat.cgi?USER=cervigabriele

28/06/2011

Depressi a 40 anni? Colpa di una 'U' La felicità sale, scende e poi ritorna

PSICOLOGIA

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Depressi a 40 anni? Colpa di una 'U'
La felicità sale, scende e poi ritorna 

Uno studio inglese rileva che in Europa un quarantenne su 10 ha assunto almeno un antidepressivo nel corso del 2010. Tutto dipende da benessere psichico che ha un picco positivo in giovane età, poi cala intorno a quota 40, per poi reimpennarsi in età avanzata

di IRMA D'ARIA

ROMA - La depressione arriva insieme alle prime rughe. A 40 anni, in genere, si è all'apice della carriera e si è indaffarati a crescere i figli. È il momento della vita in cui dovremmo essere più appagati. E, invece, un recente studio europeo, pubblicato dall'IZA Institute di Bonn, dimostra che proprio a 40 anni si è più depressi. I ricercatori delle Università di Warwick e di Stirling hanno scoperto che un quarantenne su 10 in Europa ha assunto almeno un antidepressivo nel corso del 2010. In vetta alla classifica ci sono Inghilterra, Portogallo, Francia e Lituania, mentre l'Italia si posiziona molto in basso con appena l'1% della popolazione di 40enni alle prese con i farmaci antidepressivi per più di quattro volte a settimana. Ad essere più colpite sono le donne disoccupate, divorziate o separate. 

"Nella nostra società così opulenta e piena di certezze - dice Andrew Oswald, coautore dello studio - ci sono troppe persone che si affidano alla possibilità di una felicità chimica". Ma perché proprio a 40 anni? L'ipotesi dei ricercatori è che la felicità segua una linea a "U". In pratica, il benessere psichico ha un picco positivo in giovane età, poi cala fino a un minimo intorno a quota 40, per poi reimpennarsi in età avanzata. La depressione, invece, ha il suo picco massimo proprio intorno ai 40-44 anni quando siamo impantanati in una vita di stress e tensioni sia al lavoro che nella vita privata. 

"Da giovani - spiega Oswald -siamo felicemente ottimisti ma abbiamo aspirazioni impossibili, tipo vincere il torneo di Wimbledon o avere tanti soldi da poter vivere a Wimbledon. Poi quando siamo a metà strada nella vita, ci rendiamo conto di quanto sia difficile realizzare i nostri sogni e sperimentiamo il fallimento". E questa è una fase dolorosa che può spiegare il motivo per cui tanta gente si affida a un farmaco. 

"Il maggior consumo di antidepressivi da parte dei quarantenni - dice il professor Alberto Siracusano, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Roma Tor Vergata - segnala la necessità di un trattamento della depressione in una fascia d'età delicata perché è quella in cui si cominciano a fare dei bilanci su vari aspetti della vita. Ma questo non significa che prima o dopo i 40 anni la depressione non ci sia. Solo che si cerca di combatterla senza farmaci oppure la si nega". Poi superata questa fase di consapevolezza, si arriva ai 50 anni e la saggezza dell'età ci aiuta ad accettare le imperfezioni della nostra vita. Così gradualmente, intorno ai 60 anni, torna il sorriso. 

Ne viene fuori un grafico che mostra un andamento curvilineo ad U che corrisponde poi alla curva dei consumi dei farmaci antidepressivi emersa dallo studio dei ricercatori. In Italia a soffrire di depressione è una percentuale che oscilla tra il 10 e il 15% della popolazione. E i farmaci più utilizzati? "Quelli più prescritti" risponde l'esperto "sono gli SSRI, inibitori della serotonina, e gli SNRI, gli inibitori della serotonina e noradrenalina".    

E a proposito del "male oscuro", un altro studio, pubblicato dal Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dimostra che i figli di mamme che hanno sofferto di depressione post parto sono quattro volte più a rischio di depressione durante l'adolescenza. "Il rischio aumentato"  hanno scritto gli autori dello studio "mette in luce la necessità di screening post natali per intervenire precocemente. Dalla ricerca è emerso anche che un rapporto conflittuale con il partner e ulteriori episodi di depressione anche lontano dalla nascita possono scatenare la depressione nei bambini". Un fenomeno che si collega bene alla ricerca sui quarantenni visto che in tutta Europa sono sempre più numerose le mamme over 40. "A qualsiasi età" spiega il professor Siracusano "una sana relazione madre-figlio è fondamentale. Se la mamma è depressa significa che è assente e ciò avrà senz'altro un effetto negativo sullo sviluppo del bambino".

“Il diserbante più venduto al mondo causa malformazioni genetiche. E l’Ue non fa nulla

“Il diserbante più venduto al mondo causa malformazioni genetiche. E l’Ue non fa nulla”


28/06/2011 | “Il diserbante più venduto al mondo causa malformazioni genetiche. E l’Ue non fa nulla”

E' la denuncia di un rapporto realizzato da un gruppo internazionale di scienziati dell’ong Earth Open Source. Sotto accusa l'erbicida Roundup della Monsanto, usato anche in giardini pubblici e scuole. "La Commissione europea non ha mai preso provvedimenti"

Il diserbante della Monsanto, "Roundup"

L’industria agro-chimica e la Commissione europea sanno da almeno trent’anni cheRoundup, il diserbante dell’americana Monsantopiù venduto al mondo, contiene il glifosato: un “erbicida totale” che, come dimostrato da ricerche condotte in mezzo mondo, causa malformazioni genetiche nei feti degli animali da laboratorio.

E’ questa la denuncia di un nuovo rapporto realizzato da un gruppo internazionale di scienziati dell’Earth Open Source (Ong britannica che mira alla condivisione di informazioni con lo scopo di “assicurare la sicurezza alimentare preservando la Terra”), che accusa le istituzioni europee di avere colpevolmente tenuto nascosto alla popolazione i potenziali rischi legati al diserbante Monsanto, largamente utilizzato anche nei giardini delle scuole o ai lati delle strade pubbliche già dagli anni ’90.

Il dossier degli scienzati ha un titolo esplicito: “Roundup and birth defects: Is the public being kept in the dark?”. Chiarissimo il contenuto: l’industria agro-chimica (capeggiata da Monsanto), già dai primi anni ’80 sapeva, grazie a ricerche di laboratorio, che il glifosato causa malformazioni negli animali utilizzati per gli esperimenti; nel 1993 è stato scoperto che questi effetti sono provocati anche dall’esposizione a dosi medie o basse di questa sostanza; tra il 1998 e il ’99, gli esperti della Commissione Europea vengono a conoscenza di tutto ciò, ma nel 2002, invece di avvertire la popolazione sui potenziali effetti della sostanza, ne nascondono le caratteristiche scomode, permettendo la commercializzazione in Europa del diserbante Monsanto.

Per Claire Robinson, portavoce di Earth Open Source e co-autrice del rapporto, “sembra che ci sia stata una deliberata volontà di coprire la verità da parte dell’industria chimica (spiegabile ma non giustificabile) e di chi doveva controllare (inspiegabile e ingiustificabile)”. “Tutto ciò sulla pelle della sicurezza pubblica – accusa la dottoressa Robinson -. Perché il Roundup non viene utilizzato solo in agricoltura, ma anche nel giardinaggio, nei parchi e nelle aree verdi delle scuole, grazie alla falsa informazione che sia sicuro”.

I ricercatori hanno analizzato per diversi mesi le colture geneticamente modificate in cui si usa il Roundup, riscontrando grandi quantità di un agente patogeno che può causare aborti e malformazioni alla nascita negli animali. Un problema che era stato sollevato già lo scorso autunno da uno studio indipendente di scienziati argentini, che dimostrava come il glifosato, l’erbicida appunto più usato in agricoltura e ingrediente attivo del Roundup, provochi malformazioni cranio-facciali negli embrioni di rane e polli, anche a dosi inferiori al livello di residuo massimo autorizzato in Europa.

Queste ricerche, partite da studi effettuati sull’alto tasso di malformazioni genetiche e cancro nella popolazione sudamericana, una delle aree al mondo in cui si usa maggiormente la soia Ogm Roundup (nata proprio per tollerare elevate quantità del diserbante omonimo), una volta diffuse vennero prontamente smentite dalle istituzioni europee. L’ufficio federale per la tutela del consumatore e sicurezza alimentare tedesco, ad esempio, in seguito alla pubblicazione dello studio argentino dichiarò che non c’erano “evidenze di teratogenesi” (lo sviluppo anormale di alcune regioni del feto) a causa del glifosato.

Per Monsanto, che dal suo blog ha risposto agli scienziati autori del rapporto, la Commissione europea ha già deciso in precedenza che “il glifosato rientra in una categoria di pesticidi che non richiede un’immediata attenzione”. Non solo:  ”Le autorità regolatrici ed esperti indipendenti di tutto il mondo concordano sul fatto che il glifosato non causi effetti negativi al sistema riproduttivo negli animali adulti esposti alla sostanza, né difetti alla nascita nella loro progenie”, anche a dosi di molto superiori a quelle consentite. Ma Robinson non ci sta: “Queste conclusioni – dice ailfattoquotidiano.it – sono contraddette dagli studi che proprio compagnie come Monsanto hanno condotto dagli anni ’80. Esperimenti che, a differenza di quanto viene affermato oggi, hanno dimostrato gli effetti orribili dell’esposizione anche a dosi medie o basse di glifosato”.

L’autorizzazione di questo erbicida doveva essere rivista nel 2012, ma la Commissione ha deciso, con una nuova direttiva, di fissare la revisione al 2015. Ciononostante, entro il prossimo mese l’Ue dovrebbe approvare una più rigorosa regolamentazione sui diserbanti. La speranza degli scienziati di Earth Open Source è quella di vedere il glifosato bandito definitivamente. Visto che questa volta verranno presi in considerazione anche gli studi indipendenti. Ma, conclude Robinson, “non siamo sicuri che ci sarà la forza e il volere politico di fronteggiare il colosso Monsanto”.

  

 
 
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27/06/2011

Industrie chimiche e terreni inquinati Ecco dove sorgerà l’Expo Village

 POVERA PATRIA

 Industrie chimiche e terreni inquinati 
Ecco dove sorgerà l’Expo Village

Il complesso residenziale sarà una delle eredità dell'evento. Peccato che secondo lo stesso progetto del comune gli appartamenti nasceranno a due passi da industrie che trattano rifiuti tossici e non

Là dove c’era l’erba c’è un’azienda per lo smaltimento di “rifiuti speciali pericolosi” finita due volte nel mirino della magistratura e altre sette industrie, due a rischio incidente rilevante e altre con “potenziali impatti sull’area Expo”. Il tutto è racchiuso da due autostrade distanti tra loro solo 650 metri e 60 dal muro perimetrale delle prime abitazioni mentre lì a due passi ci sono il Carcere di Bollate e il centro meccanizzato di Poste Italiane. Benvenuti nel futuro “Expo Village”, l’area residenziale che sorgerà dalla riconversione degli spazi adibiti ad accogliere addetti e ospiti nel 2015. Un’operazione pianificata dal Comune di Milano per rientrare dei costi stratosferici di acquisto delle aree che rischia invece di naufragare e trasformarsi in un flop immobiliare, con l’aggravante di essere stato finanziato, promosso e gestito interamente dal pubblico.

Tutto inizia con il dossier di candidatura per Expo, compilato in fretta e furia dal comitato promotore per battere Smirne e accreditare Milano come il “miglior interlocutore possibile per ospitare l’evento”. Immagini patinate, presentazioni dinamiche al computer e rendering futuribili che suggeriscono un’armonica convivenza di forme architettoniche d’avanguardia e grandi spazi verdi. E’ tutto un bluff. Una pubblicità ingannevole: a Rho Pero non si prepara “un’oasi naturale a due passi da Milano” ma una struttura residenziale composta da 160 edifici di quattro piani ciascuno in un’area pesantemente compromessa dalla sua originaria vocazione industriale che il Comune tenta di cancellare a colpi di variante per classificarla “residenziale edificabile”. Un tratto di penna, e l’area libera classificata a verde agricolo cambia destinazione. Ma succede anche il contrario: nella fretta i tecnici di Palazzo Marino hanno preso per verde agricolo porzioni di area classificate catastalmente ad uso industriale. In pratica, hanno cancellato le fabbriche chimiche omettendone l’esistenza. Ma la chimica pesante resta lì, come le autostrade con il loro smog e il carcere. Così l’oasi a “impatto zero” propagandata dal masterplan di Expo 2015 si candida a diventare una cattedrale nel deserto, l’ennesimo regalo delle politica locale a un hinterland post-industriale sempre più spoglio e desolato.

ECOLTECNICA, L’INDUSTRIA SOTTO INCHIESTA

Un pezzo si chiama Ecoltecnica Italiana Spa ed è una delle più importanti piattaforme lombarde per la preparazione di rifiuti speciali, pericolosi e non. Ha 43 dipendenti e un presidente, un fatturato medio di 30 milioni di euro l’anno e una capacità di smaltimento pari a 150mila tonnellate. Gran parte dell’Expo Village sorgerà proprio a due passi da lì, tra uno stoccaggio di amianto e una lavorazione di inerti tossici. Possibile? Sì, perché fino a tre anni fa per la Società Expo 2015 quell’insediamento industriale non esisteva affatto. Tanto che nel 2008, quando è stato firmato l’accordo di programma e il relativo Masterplan (cioé il calco urbanistico-architettonico dell’Expo) quell’area era classificata “V.A”, cioè “verde agricolo” sulla base di una “perimetrazione” delle aree “non conformi alla realtà esistente”. Lo rivelano le osservazioni presentate dalla stessa Ecoltecnica alla Valutazione ambientale strategica (Vas), il documento di 280 pagine che raccoglie indicazioni e pareri di tutti i soggetti interessati dal progetto Expo. La dimenticanza appare ancora più paradossale se si pensa che la presenza della fabbrica, in un’area a raso d’erba di un milione di metri quadri, è annunciata da due camini per le emissioni in atmosfera alti 12 e 18 metri. Bastava un sopralluogo per vederli. Peggio, la stessa azienda è stata più volte al centro delle cronache nazionali per vicende poco limpide di smaltimento che risalgono al 2003 e arrivano fino al maggio scorso, quando dagli impianti di via Belgioiso transitano i rifiuti tossici della ex Sisas. Da quest’ultima vicenda è nata perfino un’interrogazione parlamentare e proprio ieri è stato indagato il capo della segreteria tecnica del ministro Prestigiacomo. Ma niente. Quell’industria non esiste. Così nella programmazione di Expo, poi inserita nel Dossier di Registrazione e consegnata al BIE di Parigi, si è giocato liberamente con lo spazio e con la fantasia. E gli effetti sono paradossali come la collocazione, proprio a ridosso della discarica speciale, dell’area tematica “Agrosistemi”, con le sue serre e i suoi campi coltivati. Insomma, un’oasi verde tra i rifiuti tossici. Una convivenza difficile che non lascerebbe dormire sonni tranquilli ai futuri residenti delle palazzine made in Expo, anche perché secondo le contro osservazioni, la proprietà di Ecoltecnica non ha ancora provveduto a predisporre il “Piano di emergenza esterno” previsto per legge fin dal 1999 (ex d. lgs 334/99) che ora lo stesso dossier Expo richiede come “urgente”.

Per tutta riposta la Società guidata da Giuseppe Sala annuncia di aver escluso la Ecoltecnica dall’ambito di variante, di aver preso atto che l’azienda è inserita nell’Inventario nazionale degli stabilimenti a rischio rilevante (RIR) e che quindi predisporrà uno specifico elaborato tecnico per garantire la sicurezza e la compatibilità delle opere con le attività prodotte dall’azienda. Insomma, il problema è aggirato. La difficile convivenza con l’impianto sarà un problema dei futuri residenti.

LE ALTRE INDUSTRIE A RISCHIO IMPATTO SU EXPO

Ma quello di Ecoltecnica non è l’unico caso di un’industria che tratta sostanze pericolose a due passi da Expo. Basta dare un’occhiata alla mappa realizzata da Arpa Lombardia per notare quanti siti siano da considerare sensibili, critici e forse incompatibili con l’evento e soprattutto con la sua eredità di zona residenziale. Sempre a ridosso dell’area Expo c’è ad esempio la Dipharma Francis, un’altra industria chimica classificata a “rischio di incidente rilevante”. Aldilà del piano rischi, che attualmente è in fase di aggiornamento e prevede esplosioni e incidenti solo all’interno del perimetro di fabbrica, l’archivio Arpa riporta alcuni esposti riguardanti odori molesti riconducibili al non corretto funzionamento dell’impianto di depurazione delle acque. Insomma, non proprio un paradiso in terra per chi sogna di vivere all’ombra di Expo. Poi ci sono le industrie che non sono classificate a rischio rilevante ma che comportano criticità e che nel numero e nella tipologia di attività rivelano come si voglia trasformare un’area a vocazione industriale in residenziale. Accollando il rischio a chi comprerà casa. Se ne contano sette nel raggio di sei chilometri. Le analisi del rischio dicono che la loro pericolosità è da considerarsi ridotta in virtù della distanza dal sito Expo e dalla distanza massima di diffusione degli effetti di un incidente industriale. La più vicina è la Siochem di Bollate che fa commercializzazione e logistica di varie sostanze chimiche (solventi, plastificanti, glicerine…) ma stando a 1,2 chilometri dal limite dell’area Expo e raggiungendo un massimo calcolato di 51 metri di propagazione degli effetti da incidente non viene considerata un pericolo rosso. Stesso discorso per la vicina Rodhia Italia che è a circa 1,3 chilometri dal limite dell’area Expo e produce ausiliari chimici, tensioattivi, emulsionanti e disperdenti. Seguono altre cinque industrie. Poi ci sono la Arkema di Rho che produce fertilizzanti chimici, la Bitolea specializzata in solventi organici e diluenti, la Eihenmann&Veronelli ed Eni con il suo deposito di idrocarburi. Tutte concorrono a complicare la trasformazione urbanistica dell’area di Rho-Pero, sotto il profilo della compatibilità e del rischio ambientale che insieme al rumore rischiano di affossare quel business del mattone con cui il Comune conta di rifarsi.

TRA DUE AUTOSTRADE

Ma la storica presenza di industrie comporta anche un forte inquinamento acustico che rende l’area poco attrattiva per futuri inquilini. Il rumore rilevato da Arpa è tale che nel Rapporto Ambientale redatto su indicazione di Regione Lombardia si auspicano rilevanti opere di mitigazione acustica. Una porzione importante dell’Expo Village sorgerà poi nelle fasce di pertinenza acustica dell’autostrada e alcune abitazioni saranno distanti solo 60 metri dal guardrail, in una strettoia di territorio che per soli 700 metri divide la A4 e la A8. Insomma, l’Expo degli orti dopo il 2015 rischia di passare alla storia come un esempio di pubblicità ingannevole realizzata da un soggetto pubblico.

di Martino Valente 

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26/06/2011

CHI FA LA COMUNIONE SIA UN SEGNO . NON DI GIUDIZIO, MA DI AMORE FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA E AVVENIRE ONLINE IL VANGELO DOMENICA 26 GIUGNO 2011 Dio si dona come cibo per vivere

CHI FA LA COMUNIONE SIA UN SEGNO . NON DI GIUDIZIO, MA DI AMORE FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA E AVVENIRE ONLINE

ASSIEME A PIETRO

 

La "Carità del Papa"
catena di solidarietà

 

 
Sarà una «Giornata per la carità del Papa» ancora più speciale delle altre, quella che – promossa dalla Cei in collaborazione con l’Obolo di San Pietro e il quotidiano <+corsivo>Avvenire<+tondo> – si celebrerà domani in tutte le chiese italiane. Speciale perché vicinissima ormai al 60° di sacerdozio di Benedetto XVI, che ricorre il 29 giugno. E dunque la tradizionale colletta che serve ad alimentare le opere del pontefice a favore di più poveri assumerà davvero il significato di un "maxi-regalo" collettivo per papa Ratzinger. In questi giorni, infatti, iniziative a appelli ai fedeli affinché – pur in un momento di crisi – la generosità non venga meno, si stanno moltiplicando un po’ in tutte le diocesi.

«Il Papa si fa incontro all’umanità del nostro tempo – sottolinea il segretario generale della Cei, Mariano Crociata – e si fa carico delle sue ferite invisibili o manifeste invitando anche noi a fare altrettanto. Come non seguire Pietro che ci aspetta al suo fianco, operai con lui nella vigna del Signore? Contribuire anche con poco a rendergli possibile il sostegno alle popolazioni colpite da una calamità, la realizzazione di opere sociali e assistenziali nei Paesi più fragili, l’impulso a iniziative di promozione umana, vuol dire partecipare anche noi della sua paternità universale. Anche così, secondo quanto ci invita oggi a fare la Chiesa italiana, possiamo educare alla vita buona del Vangelo».

Anche il vicario di Roma, cardinale Agostino Vallini, ha mandato nei giorni scorsi una lettera ai fedeli della capitale per invitarli a donare. «Con questo appuntamento annuale – si legge nella missiva – ogni Chiesa locale è chiamata a sostenere non solo con la preghiera ma anche con un’offerta le tante iniziative caritative attraverso le quali il Santo Padre viene in soccorso ai fedeli del mondo». «Sono consapevole – prosegue Vallini – della difficile situazione economica che l’Italia, al pari di altre nazioni deve affrontare, ma confido che anche in questa circostanza le nostre comunità siano assai generose, testimoniando il loro peculiare legame con il successore di Pietro». 

Il collegamento con il 60° di ordinazione sacerdotale del Papa è messo in evidenza da Claudio Stagni, vescovo di Faenza-Modigliana, che raccomanda di accompagnare l’offerta con un’ora di adorazione eucaristica. «In questa colletta molto antica – scrive il presule – i cattolici italiani si sono sempre mostrati generosi. Ma quest’anno abbiamo un motivo in più per fare un gesto corale: il sessantesimo anniversario della ordinazione presbiterale del Papa, avvenuta il 29 giugno 1951. Il ministero di Benedetto XVI si rivela ogni giorno più un vero dono della Provvidenza. Deve essere un dovere e un segno di affetto poter offrire al Pontefice la nostra preghiera e il nostro contributo».

Nel 2009, ultimo dato noto, l’Obolo ammontava complessivamente a 82.529.417 dollari Usa, con un significativo incremento rispetto all’anno precedente. Secondo le statistiche vaticane, i maggiori contributi provengono da Stati Uniti, Italia e Francia. Mentre, in rapporto al numero dei cattolici, notevole è anche il contributo di Corea e Giappone. Quanto poi alle singole destinazioni, tra il 2009 e il 2010 una parte dei fondi è andata ad Haiti e al Cile devastati dal terremoto. Ma notevoli contributi hanno ricevuto anche il «Villaggio-città dei ragazzi Nazareth» a Mbare, in Ruanda, che accoglie gli orfani del genocidio e della guerra civile, e quello di Nuyambani, in Kenya, dedicato agli orfani dell’Aids, divenuto un centro pilota anche per altre aree colpite dalla pandemia. Destinataria della carità del papa anche la Casa di accoglienza «Giovanni Paolo II Opera don Orione» a Montemario, ristrutturata e attrezzata, grazie ai proventi dell’Obolo. Serve per assistere e ospitare i pellegrini disabili che arrivano a Roma. Ma di esempi come questi se ne potrebbero fare tanti. Anche perché davvero, se le offerte arrivano da tutto il mondo, la Carità del Papa, a tutto il mondo ritorna.

 

26/06/2011 | CHI FA LA COMUNIONE SIA UN SEGNO . NON DI GIUDIZIO, MA DI AMORE FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA E AVVENIRE ONLINE

IL VANGELO DOMENICA 25 GIUGNO 2011

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 GIORNATA INTERNAZIONALE LOTTA DROGA

 

Giornata Onu: nel mondo 
25 milioni di tossicodipendenti

 

 
Circa 200 milioni di persone assumono droghe almeno una volta all'anno. Di questi, 25 milioni sono considerati tossicodipendenti e ogni anno 200mila persone muoiono per malattie correlate all'uso droga. Muove da questi dati la Giornata internazionale contro il consumo e il traffico illecito di droga, che si celebra domenica, indetta dall'Assemblea generale dell'Onu nel 1987 per ricordare l'obiettivo comune a tutti gli Stati membri di creare una comunità internazionale libera dalla droga. 

L'ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine sceglie ogni anno il tema della giornata internazionale, lanciando campagne di sensibilizzazione sul problema della droga nel mondo e quest'anno il tema sarà quello della "Salute". La campagna, si legge sul dito dell'Unicri, l'agenzia dell'Onu per la prevenzione del crimine, si rivolge ai giovani, che spesso parlano degli «effetti da sballo» delle droghe illegali, ma che il più delle volte non sono consapevoli dei molti «effetti negativi». 

L'uso di stupefacenti è preoccupante proprio perché rappresenta una minaccia per la salute. Gli effetti negativi variano a seconda del tipo di droga consumata, delle dosi assunte e della frequenza del consumo. Tutte le droghe hanno effetti fisici immediati, ma possono anche gravemente compromettere lo sviluppo psicologico ed emotivo. Condurre una vita sana richiede scelte che devono rispettare il corpo e la mente. E per fare queste scelte i giovani hanno bisogno di ispirarsi a modelli positivi e hanno bisogno di ottenere informazioni corrette riguardanti il consumo di droga. La campagna internazionale offre ai giovani proprio gli strumenti adeguati per informarsi sui rischi per la salute associati al consumo di droghe.

Dio si dona come cibo per vivere

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». (...) Il senso della festa del Corpo e Sangue del Signore è riassunto nel brano del Vangelo da un termine continuamente ribadito: «vivere», ogni volta intrecciato ad un secondo termine: mangiare. Per ben sette volte Gesù ripete che mangiare la sua carne fa vivere. È l'incalzante convinzione, da parte sua, di offrire qualcosa che non avevamo e di cui non possiamo fare a meno, che inverte il senso della vita orientandola non più alla morte ma all'eternità. La grande sorpresa è che Gesù non dice: «Prendete e mangiate la mia sapienza, la mia santità, la mia divinità», bensì: «Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue!». Carne e sangue indicano non la fisiologia del suo corpo, ma la totalità della sua umanità: «Prendete come alimento, energia e luce, l'amore, il coraggio, la bellezza e la libertà che ho mostrato con la mia vita!». Ricchi siamo della sua umanità. Per essa è il mio Dio, il Dio-per-l'uomo, che incanta e solleva la nostra umanità. Se la accolgo, tutta la mia vita diventa sacra. Mangio e sento che compio un atto sacro, di comunione con Dio e con gli uomini e con il creato; sacro è il lavoro, sacri i gesti della cura e dell'amore. Se faccio mio il segreto della vita di Cristo, trovo il segreto della mia vita, una cosa enorme: Dio in me. Il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Dio va fino all'estremo della sua incarnazione, fino alla materia, diventando nell'Eucaristia pane, pezzo di terra germinata. Quando mi avvio alla Comunione, non io mi incammino verso il Pane, è il Pane del cielo incamminato verso di me, è il Sangue del cielo che cerca nuove vene. Prima che io dica: «ho fame», Dio ha detto: «Prendete e mangiate», mi ha cercato, desiderato e si dona. Un Dio che si fa cellula del mio corpo, respiro, gesto, pensiero, si trasforma in me e mi trasforma in sé. Sull'altare c'è solo un piccolo pane bianco lieve come un'ala, che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Cosa mi può dare questo po' di pane povero come un boccone così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino? Ad ogni Comunione andiamo distratti verso l'altare; ad ogni Comunione, però, almeno per un istante, mi affaccio sull'enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio che mi cerca, Dio in cammino verso di me, Dio che è arrivato, che entra in questa mia casa di carne. Entrato in chiesa come mendicante ne uscirò come donatore. Dopo avere sperimentato un Dio che fa vivere e nutre, un Dio materno, che dà se stesso come cibo per vivere, possa anch'io, lungo i miei giorni, essere annoverato fra i giusti, fra coloro che fanno vivere, che nutrono. Con piccoli gesti ma con grandi orizzonti. (Letture: Deuteronòmio 8, 2-3.14b-16a; Salmo 147, 1Corinzi 10, 16-17; Giovanni 6, 51-58)

FABRiZiO MORO-iL SENSO Di OGNi COSA


 
IL VANGELO DOMENICA 26 GIUGNO 2011
 
shinystat.cgi?USER=cervigabriele

25/06/2011

Lo stipendio dei Phttp://admin.blog.virgilio.it/admin/javascript/tinymce/themes/advanced/img/trans.gifarlamentari italianihttp://admin.blog.virgilio.it/admin/javascript/tinymce/themes/advanced/img/trans.gif

 

 POVERA PATRIA

 

Report - Lo stipendio dei Parlamentari italiani (parte 1)


 

Caricato da  in data 01/ago/2009

 

 

 



 
QUESTO GRUPPO N0N HA SCOPO DI LUCRO HA L'UNICO FINE IL BENE COMUNE E' TRAVESALE IN QUANTO IO CREDO ANZI SONO CONVINTO CHE ANCHE NEI PARTITI COME NELLA SOCIETA' CIVILE CI SONO PERSONE CHE LOTTANO INDIVIDUALMENE IN TUTTI I CAMPI PER DARE IMPULSO AI PROPRI VALORI CHE I NOSTRI FAMILIARI , LA SCUOLA, LA CHIESA, LO STATO LAICO CI TRASMETTE E CHE DI CONSEGUENZA FA LA NOSTRA STORIA CHE E' IL NOSTRO PASSATO MA CHE PUO' DIVENTARE UN RIFERIMENTO POSITIVO, SIA LAICO CHE CRISTIANO PER AFFRONTARE E MIGLIORARE IL NOSTRO FUTURO, LA NOSTRA SOCIETA'. SI PUO' FARE PERCHE' CREDIAMO E CREDO CHE DARE IL BUON ESEMPIO SIA FONDAMENTALE. UNIAMO QUINDI LE NOSTRE VARIEGATE PERSONALITA' ED ENERGIE PER ARRIVARE AL BENE DI TUTTI.. AL DI SOPRA DELLE PARTI E DELL'ODIO O DELLA INDIFFERENZA CHE FOMENTA E DAA FORZA ALL'EGOISMO ED AL QUALUNQUISMO.. IL BENE, I VANTAGGI SOCIALI, POLITICI, ECONOMICI, D'IMPRESA DEVONO ESSERE RIVOLTI PER IL BENE COLLETTIVO E NON DI PARTE.. NOI LAVOREREMO PER RAGGIUNGERE QUESTO SCOPO COLLETTIVOO.. I PARTITI E I SINDACATI DOVRANNO SPERO AL PIU' PRESTO MODIFICARE I PROPRI STATUTI INTEGRANDOLI CON UN CODICE ETICO CHE DARA' TRASPARENZA MA SOPRATTUTTO DOVRA' DIVENTARE UN RIFERIMENTO ETICO POLITICO.SOCIALE ECONOMICO BASATO SULLE PARI OPPORTUNITA'. QUESTO E' UNO STATO DI DIRITTO.. ORA NOI NON POSSIAMO DIRE DI ESSERE IN UNO STATO DI DIRITTO.. ECCO PERCHE' NASCE QUESTO GRUPPO..STA A NOI CON LE NOSTRE DEMOCRATICHE PROPOSTE FARE DIVENTARE IL NOSTRO PAESE IL PAESE DOVE TUTTI POSSONO AVERE PARI OPPORTUNITA'.. QUESTO DICASI STATO DI DIRITTO...
 
RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI.
CODICE ETICO
Membri (380)

Report - Lo stipendio dei Parlamentari italiani (parte 3)


 


  Politici in pensione dopo 5 anni
contro i 40 dei contribuenti?
Si vota alla camera...

 

24/06/2011

adozione & affido CIAO FACEBOOK DAMMI UNA BOTTA DI VITA...

 

LORENZO A 13 ANNI E' PIENO DI RISORSE, SIMPATICO E VIVACE. FREQUENTA IL SECONDO ANNO DI SCUOLA MEDIA . PER LORENZO SI CERCANO DUE GENITORI AFFIDATARI

Cerco Famigliaa cura di Daniela Pozzoli

 
  

 

 .AIUTOBAMBINI.IThttp://i194.photobucket.com/albums/z66/mwambi/Angel-2.jpg 
 

 

08:27 Scritto da: mobbing21 | Lin

adozione & affido

Lorenzo a 13 anni è pieno di risorse, simpatico e vivace; frequenta il secondo anno di scuola media e ha le idee confuse sul suo futuro. La situazione familiare è complessa: non ha mai conosciuto il padre, la mamma si è risposata. Marito e moglie sono molto impegnati e il poco tempo libero lo passano a litigare, coinvolgendo i figli. I fratelli più piccoli hanno già trovato una sistemazione. Lorenzo, no. Si cercano per lui due genitori affidatari che possano offrirgli modelli di comportamento positivi e affiancarlo nel percorso verso l'autonomia. La famiglia dovrebbe abitare tra Monza-Brianza o la provincia di Milano nord. Info: Servizio affidi Tepee, Albiate (Mi), tel.: 0362.931469; email: affidialbiate@tiscali.it Climaco & Rosy insieme a scuola Climaco è un bimbo haitiano molto timido e di poche parole. Ha sempre l'aria un po' persa, probabilmente a causa della perdita della casa per il terremoto a soli due anni e mezzo. Il padre è sarto, ma non ha lavoro e si arrangia. La mamma ha un banchetto per strada, ma il guadagno è irregolare. Dopo il terremoto avevano accolto una bambina abbandonata, Rosy, ma non sono stati in grado di mantenerla e l'hanno affidata al centro di accoglienza delle suore Serve Missionarie del Sacro Cuore a Croix des Bouquets, a Port au Prince. Fortemente danneggiato dal terremoto, il centro è stato ricostruito da Terre des Hommes. Qui Climaco ha cominciato a frequentare l'asilo, dove può incontrare anche Rosy. Per loro e per un centinaio di piccoli haitiani Terre des Hommes ha attivato il sostegno a distanza, 25 euro mensili per mandarli a scuola, assicurargli un pasto e cure mediche. Info: Terre des hommes Italia, tel.: 02.28970418; info@tdhitaly.org Daniela Pozzoli

 

 

 

 

23/06/2011

Quei dialoghi con la Madonna Il dilemma di Medjugorje

 

Magnificat - Mina

 
 

 

 

 

 

IL 24 GIUGNO DI 30 ANNI FA LA PRIMA APPARIZIONE. IL RACCONTO E LE PERPLESSITÀ NELLA CHIESA

Quei dialoghi con la Madonna
Il dilemma di Medjugorje

Così gli occhi dei sei giovani seguivano la stessa visione

di  VITTORIO MESSORI 

 

Erano i primi anni Ottanta, le autostrade erano cosa da Paese capitalista, per attraversare l'Istria e poi scendere verso Sud, lungo la riviera dalmata, non c'era che la vecchia strada federale, angusta e pericolosa. Quando stavo finalmente per giungere alla meta, incappai nel posto di blocco della Milizia comunista: domande sospettose, perquisizioni, sequestro della Bibbia che avevo con me, ammonimenti a non fare «proselitismo». Ero tra i primi a giungere in quel luogo aspro e remoto, dal nome significativo: Medjugorje, in mezzo ai monti. Dal passaparola più che dai media, che davano solo poche e imprecise notizie, avevo saputo che un gruppo di giovanissimi affermava di «vedere la Gospa», la Signora, la Madonna. E che la cosa stava coinvolgendo folle crescenti nella Jugoslavia orfana di Tito da un anno e dove la religione era ancora una sorvegliata speciale. Partii, dunque, più che da devoto, da giornalista e da studioso del fenomeno delle apparizioni mariane, da amico e discepolo dell'abbé Laurentin, il maggiore storico di Lourdes e divenuto poi il più autorevole autore su Medjugorje.

Così, grazie alla tempestività del viaggio, fui tra i pochi che ebbero un privilegio invidiato poi dai milioni di pellegrini che seguirono. Quello che chiamavano «l'Incontro» avveniva all'imbrunire nella sagrestia della moderna e strana chiesa del luogo: strana perché enorme, in mezzo a una sorta di deserto stepposo e pietroso, un gigantesco edificio per una parrocchia povera e minuscola, come per l'intuizione che lì sarebbero accorse delle folle. La sagrestia era stipata da gente in piedi, ma tra i francescani qualcuno aveva letto la traduzione di qualche mio libro e mi concessero di pormi in prima fila. Dovetti sgomitare per mantenere la posizione, cui non volevo rinunciare: per la prima volta potevo assistere a un fenomeno che avevo conosciuto solo su libri e documenti polverosi. Arrivarono i sei giovanissimi, dai 6 ai 16 anni, cominciarono a pregare ad alta voce, anch'essi in piedi. Non avevano davanti una statua o una immagine, guardavano verso l'alto. Ad un tratto, la preghiera si interruppe e, in sincronia, si lasciarono cadere sulle ginocchia, a corpo morto, con un tale tonfo che pensai a rotule fratturate. Invece, sul volto dei ragazzi, comparvero i segni di una enigmatica trasformazione: si illuminarono, tutti, con un sorriso e, alternandosi, cominciarono un dialogo che si intuiva dalle labbra che si muovevano, senza che noi spettatori udissimo alcun suono. Ero lì come osservatore doverosamente critico, non cedetti all'aura di misticismo che impregnava il piccolo locale sovraffollato, scrutavo il volto dei giovani, a un paio di metri di distanza. Erano, lo dicevo, in sei, inginocchiati uno accanto all'altro: la visione doveva muoversi, perché la seguivano con lo sguardo. Fissai l'attenzione sugli occhi, constatando che tutti si muovevano in sincronia e nella stessa direzione: eppure, in quella posizione, l'uno non poteva vedere l'altro, era evidente che seguivano «qualcosa» che tutti vedevano e che si spostava nell'aria, davanti a loro. Eguale sincronia nell'alternarsi dei sorrisi e delle espressioni addolorate: nel colloquio la Gospa, se davvero di Lei si trattava, alternava parole amorevoli ad avvertimenti inquietanti e i ragazzi reagivano all'unisono. Ma, lo dicevo, vista la posizione, non era possibile che si spiassero e si imitassero a vicenda. In perfetta contemporaneità fu anche la fine, dopo circa un quarto d'ora. I sei riebbero il volto di sempre, non più trasfigurato, ritrovarono la voce udibile anche da noi per una preghiera, si alzarono e si allontanarono. Raggiungevano il francescano, loro padre spirituale, che li attendeva nella casa parrocchiale e a lui davano relazione dell'incontro e comunicavano il «messaggio». Non conoscendo il croato, per giunta nella particolare forma dialettale parlata in Erzegovina, non fui in grado di constatare di persona quanto mi avevano assicurato quei religiosi. I ragazzi, cioè, venivano interrogati subito e separatamente: la coincidenza dei loro resoconti si aggiungeva alla coincidenza dei loro sguardi e delle loro mimiche facciali durante «l'Incontro». 
Trent'anni sono passati da quel giugno 1981 in cui tutto ebbe inizio, non sono più tornato in quei luoghi, ma non ho cessato di informarmi e, soprattutto, di imbattermi in chi vi era stato: gente di ogni età, condizione, livello culturale. Eppure protagonisti, tutti, di un'esperienza che considerano importante e non pochi addirittura decisiva. Ho visto vite cambiate, vocazioni religiose sbocciate, pratiche religiose riscoperte. Sulla «verità» di Medjugorje non si potrebbero avere dubbi, se le si applicasse il criterio enunciato da Gesù stesso: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo... Ogni albero si riconosce dal suo frutto...» (Lc 6,43). Tre decenni di esperienza mostrano quanto sia stato e sia spiritualmente abbondante e eccellente il raccolto prodotto da quell'albero cresciuto inaspettatamente nei Balcani.

Lourdes o per Fatima, dove la negazione è giunta da atei, laicisti, anticlericali. Qui, entrambi i due vescovi succedutisi alla guida della diocesi hanno assunto un atteggiamento sempre più negativo, sino a parlare di «una delle maggiori truffe nella storia della Chiesa». Altrove, poi, la difesa delle apparizioni ha caratterizzato i cattolici tradizionalisti, mentre quelli cosiddetti «aperti» esprimevano dubbi. Anche qui, le posizioni sono invertite: sono i seguaci di mons. Lefebvre che negano polemicamente che possa essere «vera» una Madonna nei cui messaggi ravvisano quelle che chiamano «deviazioni eretiche conciliari». Credenti pubblicano dossier dal titolo Medjugorje: è tutto vero. Ma altri credenti replicano con instant book: «Medjugorje: è tutto falso». Lo stesso episcopato è diviso: vi è il vescovo (magari il cardinale, come quello di Vienna) che si reca di persona in pellegrinaggio e chi fa rispettare puntigliosamente ai suoi preti il divieto di Roma di guidare ufficialmente dei gruppi.Per la Santa Sede, Medjugorje è un dilemma tormentoso. Da un lato si riconosce con gratitudine l'abbondanza dei frutti spirituali, dall'altro lato non si dimentica il vulnus al diritto canonico, con un tale movimento mondiale combattuto dagli ordinari del luogo, cui spetta il discernimento. Al punto in cui si è giunti, una sconfessione ufficiale della verità dei fatti da parte di Roma sarebbe una catastrofe sul piano pastorale. Ma catastrofico sarebbe anche il contrario: una smentita ufficiale, cioè, della posizione di due vescovi che negano senza esitazione la soprannaturalità e parlano non di miracoli, ma di truffe e inganni. Questo avrebbe effetti inediti e imprevedibili sul diritto ecclesiale. Non c'è da invidiare, davvero, il cardinal Ruini, responsabile della commissione ufficiale d'inchiesta: è possibile che neanche la sua lunga esperienza e la riconosciuta prudenza riusciranno a chiarire questa sorta di «mistero» del rosario che sembra, al contempo, «gaudioso» e «doloroso».

22/06/2011

FEDE RUFFIANO FINO IN FONDO : Fede tiene duro: «Me ne andrò dal Tg4 quando se ne andrà Berlusconi»

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Emilio Fede: se questo è un giornalista...


 

IL DIRETTORE AI MICROFONI DELLA ZANZARA SU RADIO 24

Fede tiene duro: «Me ne andrò dal Tg4 quando se ne andrà Berlusconi»

E Minzolini su Radio2 si difende: «Il mio tg dà notizie che altri non danno»

 


Emilio Fede in una foto d'archivio (Ansa)
Emilio Fede in una foto d'archivio (Ansa)
MILANO - Emilio Fede non intende lasciare il suo posto al tg4. «Me ne andrò dal Tg4 - ha detto il direttore ai microfoni della Zanzara su Radio 24 - quando se ne andrà Berlusconi». «Io guadagno 20 mila euro al mese. Ogni direttore dovrebbe dire cosa guadagna ma nessuno ne ha il coraggio» ha aggiunto negando di aver mai acquistato una casa a Raffaella Zardo. Il riferimento è ad alcune intercettazioni fra Flavio Briatore e Daniela Santanchè che hanno riguardato anche Fede. «Flavio - ha spiegato il direttore del Tg4 - mi ha chiesto scusa. Siamo amici da 30 anni. Ha giustificato quel 'figlio di p...' dicendo che quando si parla al telefono si cazzeggia». Fede non ha invece sentito il sottosegretario Santanchè. «La parte più vergognosa di quelle intercettazioni - ha concluso - è quella su Raffaella Zardo. Lei vive in 60 metri quadrati in affitto. Io non ho mai comprato nessuna casa a nessuno: l'unica che ho mai acquistato è quella per me qui a Milano vent'anni fa».

 

 

Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini (Ansa)
Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini (Ansa)
MINZOLINI - E anche il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, ospite del programma di Radio2 «Un Giorno da Pecora», ha risposto a quanti dicono che il Tg ammiraglia della Rai nasconda le notizie «Non è vero, è una stupidaggine, il Tg1 dà notizie che gli altri Tg non danno». Perché «è una linea editoriale: alcune le do, altre vengono date ma qualcuno vorrebbe fossero date con una maggiore enfasi, altre ancora le do e molto spesso non le ritrovo in altri tg». Ultimamente quando è successo che il Tg1 abbia dato una notizia forte che gli altri tg non ha lanciato? «Per esempio noi abbiamo fatto un'esclusiva di quanto avvenuto nella direzione antimafia: un'intervista al procuratore Grasso». Dopo i contrasti di cui si è letto sui giornali, Elisa Anzaldo è ancora al Tg1? «Certo». Ma è andata come ospite alla manifestazione della Fiom. «Si, infatti mi sembra paradossale come cosa». Non ha l'esclusiva con il suo Tg? «A me ha chiesto l'autorizzazione ed io, che rispetto a quello che viene detto sono un altro tipo, gliel'ho data. Poi certo, andare lì a parlare male del tg dove sei non è stato elegante». Per quali motivi? «Per tanti motivi: io per esempio l'ho promossa: era una redattrice normale e l'ho fatta caposervizio, perchè la considero brava». E perchè allora si è creato questo contrasto con lei? «Perché c'è stata una questione legata ad altro: nel senso che ti vengono fatte delle richieste a cui puoi acconsentire o no, e a quel punto si creano dei litigi». «Berlusconi? Commise un errore quando rilasciò le interviste a reti unificate a vari tg nazionali» ha risposto Minzolini a chi ha criticato quella scelta che costò, al suo Tg1, il massimo della sanzione prevista dall'Agcom: 258.230 euro. «È una scelta che non mi è piaciuta, perché avrei preferito avere l'esclusiva», aggiunge il direttore del Tg1, che definisce sbagliata la scelta del premier «anche perché se le fai tutte insieme hai un impatto forte, invece se tu le distribuisci intervieni stando nel dibattito politico», afferma Minzolini. «Io ero di sinistra, a 15 anni ero nella Fgci. Sono stato sempre di sinistra, poi ho avuto tutto un mio percorso di riflessione» confessa il direttore. «Lo ero nel '75 e nel '77. Poi - aggiunge Minzolini- nell'89 è successo qualcosa, e poi c'è stata tutta la vicenda di Tangentopoli. E lì ho avuto un momento che mi ha portato a riflettere». Il direttore del Tg1 spiega che a fargli cambiare opinione politica è stata «la vicenda delle monetine a Craxi, che io ho seguito come cronista, e che mi ha lasciato perplesso. Un atteggiamento simile al linciaggio». «Questo connubio - conclude - tra giustizia e politica è una cosa che non mi è mai andata giù».

 

20/06/2011

Bancarotta fraudolenta, arrestato Mora «Soldi in Svizzera, poteva fuggire»

Bancarotta fraudolenta, arrestato Mora
«Soldi in Svizzera, poteva fuggire»

I pm gli contestano una distrazione da 8,5 milioni. Danno all'erario di 16 milioni. Già coinvolto nel caso Ruby

 

Lele Mora (Fotogramma)
Lele Mora (Fotogramma)
MILANO- Lele Mora è stato portato in carcere per ordine del giudice per le indagini preliminari Fabio Antezza nell’ambito dell’inchiesta di Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci sul fallimento della LM Management. Mora è stato arrestato nel pomeriggio di lunedì nel suo quartier generale in viale Monza a Milano. I magistrati gli contestano una distrazione da 8,5 milioni di euro. Il danno nei confronti dell'erario è stato quantificato in circa 16 milioni di euro.

 

I SOLDI E LA FUGA - Nel motivare l'emissione dell'ordinanza cautelare, il gip di Milano ha sottolineato il pericolo di fuga dell'agente dello spettacolo che vive tra Milano e la Svizzera. Proprio in territorio elvetico, stando alla ricostruzione dei pm Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci, Mora avrebbe trasferito cospicue somme di denaro. All'agente dei vip la procura contesta anche di avere continuato a svolgere attività imprenditoriale nonostante il fallimento della LM Management e il suo fallimento personale, entrambi dichiarati dal tribunale di Milano. Dunque, le manette per Mora sono scattate in presenza del pericolo di fuga, di un inquinamento probatorio definito «di rilevante intensità» e del pericolo di reiterazione del reato, considerando anche i precedenti penali di Mora. «Una parte delle somme distratte - ricostruiscono i magistrati - è stata utilizzata dallo stesso imprenditore per effettuare rilevanti investimenti immobiliari». Per il gip, Fabio Antezza, Lele Mora, è una persona «dalla professionalità criminale». Per il giudice inoltre «è appena il caso di rilevare - si legge nell'ordinanza d'arresto - che le dichiarazioni rese da Mora non sono in concreto tali da attenuare il grado delle esigenze cautelari stante le descritte professionalità criminali e capacità economica di origine illecita "doppiate dall'attivita" di drenaggio di denaro anche successiva alla dichiarazione di fallimento» delle sue società.

IL GIP - Il gip di Milano Parla di «tendenza (...) a delinquere» e soprattutto di «spiccate capacità e proclività a porsi anche contro la legge penale». Il giudice nel suo provvedimento argomenta che le esigenze cautelari tra cui il pericolo di fuga «di rilevante intensità», si basano anche sulla «variazione dello stile di vita sopravvenuta a seguito dell'inizio delle indagini in combinato con la persistente elevata disponibilità di fondi ad onta dell'impossidenza» dichiarata da Mora durante gli interrogatori. Ha causato un danno ai creditori e al fisco che, «comprensivo anche di sanzioni e interessi» è, allo stato, «quantificabile in oltre 16 milioni di euro». Scrive ancora il gip di Milano. L'imprenditore viene accusato di aver distratto, in qualità di amministratore della Lm Management «un valore complessivo di 8.440.850 euro». In particolare, ricostruiscono gli inquirenti, Mora avrebbe dirottato dalle casse della società «importi dei pagamenti per fatture per operazioni inesistenti, pari alla somma di 3.381.850 euro, che venivano retrocessi, in contanti», e di «aver distratto 5.059.000 euro dei pagamenti effettuati per conto della Immobiliare Diana Srl, in relazione all' acquisizione degli immobili a quest'ultima intestati». Inoltre, scrive il Gip, Mora ha negoziato assegni circolari emessi da un conto intestato a Giuseppe Spinelli, tesoriere di fiducia del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, per 2.550.000 euro, oltre a un'altra serie di assegni per circa un milione di euro. Dagli atti di indagine, infine, sottolinea il giudice, emerge che «molti degli assegni sono negoziati all'estero», in particolare in Svizzera dove Lele Mora «attualmente risiede e lavora» e per questo, indica il Gip, si «evidenzia la necessità di attivare in merito relative procedure rogatoriali».

TENDENZA A DELINQUERE - Nell'ordinanza di custodia cautelare il gip Fabio Antezza parla di «tendenza (...) a delinquere» e soprattutto di «spiccate capacità e proclività a porsi anche contro la legge penale». Il giudice nel suo provvedimento argomenta che le esigenze cautelari tra cui il pericolo di fuga «di rilevante intensità», si basano anche sulla «variazione dello stile di vita sopravvenuta a seguito dell'inizio delle indagini in combinato con la persistente elevata disponibilità di fondi ad onta dell'impossidenza» dichiarata da Mora durante gli interrogatori.

 

 

 

LA SENTENZA - Il tribunale di Milano aveva già dichiarato il fallimento personale di Lele Mora e anche di una società immobiliare che a lui fa capo, la Diana di cui lo stesso Mora è stato definito il «dominus». L'agente delle celebrities, secondo quanto si leggeva nella sentenza del giudice Filippo Lamanna, versava «in un evidente stato di insolvenza» perché «tenuto conto che, pur essendogli stato concesso un termine di grazia nel corso del presente procedimento al fine di estinguere le sue obbligazioni, non ha potuto onorare il debito verso la LM Management srl, neppure nella misura di 1,2 milioni di euro da lui stesso riconosciuta, con ciò risultando inequivocabilmente dimostrato come egli non possa contare né su affidamenti e linee di credito da parte di terzi, né su mezzi finanziari propri per soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni».

RUBY - La guardia di Finanza ha messo dunque le manette all'impresario dello spettacolo già coinvolto nel caso Ruby dove è imputato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. In quella vicenda Mora è accusato di essere uno dei procacciatori di escort per il premier. Infatti il 7 settembre scorso arrivò la sua iscrizione nel registro degli indagati insieme al consigliere regionale Nicole Minetti e del direttore del Tg4 Emilio Fede (favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, nel processo parallelo a quello del premier).

Redazione online
20 giugno 2011


L SUO LEGALE: «NIENTE RITI ALTERNATIVI, CHIEDEREMO IL PROSCIOGLIMENTO»

Mora: «Non ho paura di finire in carcere La sera vado a letto e piango da solo»

L'imprenditore dei vip si difende: «Sono un'anima pura. Ruby? Ad Arcore con imprenditori»


 

 

 

MILANO - «Sono un’anima pura, non ho fatto niente». Lele Mora ha tutta l'aria della vittima sacrificale, indossa un gessato grigio con le sbarre già disegnate addosso. «Sono come la Croce Rossa». Oppure: «Mi sono sentito accoltellato». «C'è tristezza in me. La sera vado a letto e piango da solo. Dal 2007 uno tsunami si è abbattuto nella mia vita». Poi trova la forza: «Non ho paura di finire in carcere. Terrò duro fino alla fine ma dimostrerò che non ho fatto nulla e spero che, come in Vallettopoli, io venga prosciolto». È un fiume in piena l'ex manager dello spettacolo: «Intanto ricevo insulti, minacce, cattiverie. Non ho fatto alcuna denuncia perché non serve. Il telefono viene ascoltato solo per le cose stupide, le telefonate di Berlusconi, quelle della Ruby, non per tutti gli insulti che ricevo dopo che l'avete pubblicato. Sono distrutto. Questo è il vero stalking».

 

(Ansa)
(Ansa)
LA CONFERENZA - Dario Mora, in arte Lele, coinvolto nell'inchiesta sul caso Ruby tiene una conferenza con i giornalisti, presente anche Platinette, cercando di riequilibrare mediaticamente la sua posizione dopo la conferenza di Fede e le uscite televisive degli avvocati della Minetti che sembrano scaricare sull'ex manager dello spettacolo tutte le colpe della presenza dell'allora minorenne marocchina nella villa del presidente del Consiglio Berlusconi ad Arcore. «Intanto io questa Karima el Magreb? - risponde piccato ai giornalisti - io non la conosco». Poi si riprende o fa finta di sbagliare: «Ah, Ruby? Affermo che ad Arcore non ha mai avuto rapporti con il premier. Fu lei a contattarmi per essere introdotta nel mondo dello spettacolo. Mi dissi disponibile, poi scoprii però che lei aveva già fatto un casting con la mia agenzia in cui aveva dichiarato di avere 22-23 anni. La scheda del casting con questa dichiarazione la produrremo al processo».

 

RUBY - L'ex parrucchiere di Bagnolo di Po ne ha per tutti: «Fede? Dice cose che non hanno senso. Io, Minetti e Fede siamo come i tre capponi di Renzo nei Promessi Sposi, che si beccano tra di loro. Ma è senza senso scaricare le colpe da uno all'altro». Poi la «rivelazione»: la ragazza è stata portata ad Arcore «da un paio di imprenditori amici del presidente del Consiglio, persone non indagate». Ma «chiunque sia stato non cambia nulla perché in quelle sere non è successo niente». E ammette: «Ruby l'ho conosciuta la prima volta ad Arcore». Ma poi aggiunge: «È vero che la telefonata del 14 febbraio l'ho fatta io e non Fede ma la procura dice che è ininfluente». Già, ma che senso ha telefonare a qualcuno prima di conoscerlo visto che Rubi è stata ad Arcore proprio il 14 febbraio? E come fa ad avere in anticipo il numero della ragazza prima di incontrarla? L'avvocato Nicola Avanzi, fuori dal bar a due passi dalla Borsa di Milano dove Lele Mora ha organizzato l'incontro-pranzo (ma nessun giornalista si è seduto al tavolo), in fretta corre ai ripari: «Non ha conosciuto Ruby ad Arcore». E spiega: «Non chiederemo riti alternativi». Così Mora il 27 giugno dovrà presentarsi per l'udienza preliminare davanti al gup. «Stiamo esaminando gli atti del procedimento, ma pare che non ci siano gli elementi per un rinvio a giudizio. Chiederemo il proscioglimento, però se il giudice per l'udienza preliminare ritiene che ci debba essere il vaglio dibattimentale, siamo pronti ad affrontare il processo» conferma il legale di tante traversie e amico personale dal 1993.

IL DENARO - In sala, con un occhio al suo avvocato, Mora tiene poi a spiegare che il flusso di denaro, che la procura ha individuato, partito dai conti del premier e destinato a lui, è servito a pagare stipendi e affitti per cercare di evitare il fallimento della sua società, la Lm Managment. «I soldi di Berlusconi li ho usati per pagare le prime necessità. Nulla - aggiunge - è finito nelle tasche di Fede. Fede mi ha fatto degli anticipi personali, ecco perché gli ho girato quei soldi. A Fede è stato restituito quello che mi aveva anticipato e poi si era speso col premier per aiutarmi».

«NON PORTO RANCORE» - «Non sono vendicativo e non porto rancore, ma sono triste per queste vicende», ha detto Mora. «Non voglio accusare Emilio Fede e Nicole Minetti, la quale non ho mai frequentato ma conosciuto solo ad Arcore. È una bella donna che però si è allontanata. Berlusconi lo conosco dal 1986: è una persona speciale e generosa che mi ha aiutato nel momento del bisogno e ancora mi aiuterà».

SIMONA VENTURA - Poi Mora si toglie un «sassolino dalla scarpa» e attacca Simona Ventura, ex della sua scuderia. «Simona l'ho fatta crescere dal niente, mi ha attaccato ma non c'è riuscita perché voleva farmi dire certe cose sul premier e sono rimasto amareggiato. Finché c'ero io faceva grandi ascolti, ora no, neanche all'Isola dei famosi. Il tempo mi darà ragione. Mora lascia intendere di sapere molte cose segrete su tanti personaggi televisivi. «Quando sarò stanco del mio lavoro, scriverò un libro, tra due tre anni - ma all'estero - e dirò cose su tante donne dello spettacolo che ora fanno le sante e invece hanno fatto cose da troie». «Nella mia vita non ho mai fatto il magnaccia. Non ho mai avuto nulla a che fare con la droga, non ho mai avuto nulla a che fare con la prostituzione. Invece vengo accusato che porto donne a destra e a sinistra, offendendo le artiste del mio gruppo che vengono fatte passare per escort, che non sono», ha urlato ancora Mora. «Ora si vergognano tutti di frequentarmi, anche i direttori dei giornali che prima frequentavano casa mia». Una difesa a tutto campo con qualche momento da cabaret. «Le intercettazioni? Bisogna capire bene, il tono di come si dicono le cose. Le frasi che ci sono prima e quelle dopo quelle che avete riportato. E poi è importante anche dove si era al momento della chiamata». Testuali parole: «È importante la "cellula" telefonica».

TRIBUNALE - Infine conclude: «Credo nella giustizia e spero che venga prosciolto come in Vallettopoli perché sono estraneo a tutto. Il processo? Queste cose le vedremo quando tireremo la riga finale».

Nino Luca
12 maggio 2011

L' INCHIESTA LE CARTE IL CASO IL FINANZIAMENTO DI UN MILIONE E 200 MILA EURO DA BERLUSCONI ALL' IMPRESARIO. CHE COMMENTA: «TANTO POI CAMPA CAVALLO CHE L' ERBA CRESCE...»

Il prestito a Lele Mora La mediazione di Fede: «Io ne tengo un terzo»

I pm: accordo all' insaputa del premier Gli ho detto: hai fatto tanto bene a tanta gente, Lele poi se lo merita più degli altri

 

 

MILANO - Che i pm sospettassero finanziamenti ingenti del premier Silvio Berlusconi all' impresario tv Lele Mora (accusato di reclutare prostitute per le sue feste) tramite l' amministratore del «portafoglio» personale del premier, Giuseppe Spinelli, si era intuito venerdì dalla richiesta di perquisire l' ufficio di Spinelli, subito elevato al rango di spazio immune perché «pertinente» alla segreteria politica del presidente del Consiglio. Domenica Berlusconi stesso, nel videomessaggio, aveva ammesso di aver aiutato «l' amico Mora» con «un prestito». Ma ora, dalle intercettazioni sui telefoni dei due indagati per favoreggiamento della prostituzione, sembra di capire che a caldeggiare a Berlusconi la richiesta di Mora di ricevere circa 1 milione e 200 mila euro sia stato il direttore del Tg4 Emilio Fede, che con Mora avrebbe concordato di trattenere per sé 400.000 euro. All' insaputa di Berlusconi. Il 22 agosto 2010, alle 18.22, Fede e Mora (che è in grossa difficoltà economiche dopo il fallimento da 17 milioni di euro della sua Lm Management costatogli un' inchiesta per bancarotta) cominciano a immaginare cosa dire al Cavaliere. Fede: «Lele, studiamo insieme... Gli dico: "Senti, ho visto Lele, non sta bene ed è preoccupato, forse credo che una mano bisognerebbe dargliela, hai fatto tanto bene a tanta gente, lui poi se lo merita più degli altri"». Mora raccomanda a Fede di assicurare al premier che «poi lui metterà in vendita due o tre cose e saprà come ritornare indietro tutto... Tanto poi campa cavallo che l' erba cresce...». Ma c' è da superare l' iniziale ostracismo di Spinelli e di un «avvocato della m... che ha detto "ah perché poi se viene fuori che lui eh... procurava programmi eccetera"». Allora Fede sceneggia con Mora il discorso a Berlusconi: «Gli dico: "Guarda, quest' uomo (Mora, ndr) c' ha dato tutto ed è quello che c' ha dato soprattutto la riservatezza... Capisco la prudenza e tutto, ma io ti dico solo questo: che lui sarà al Creatore anche fisicamente oltre che... perché lui rischia la bancarotta... allora diventa peggio il problema"». A Berlusconi, Fede stabilisce con Mora che chiederà «uno e due, di cui 100 (Mora, ndr) li da a me in due rate che ho prestato 50 e 50", capito?». Mora: «Certo». Fede: «Vuol dire che possono diventare uno e mezzo: io ne prendo quattro e tu otto, va bene?». Mora: «Benissimo, meraviglia, meraviglia, bravo direttore, bravo». Fede: «Ecco, allora, adesso la cosa è avviata. Eh, dimmi che sono bravo e sono un amico» Mora: «No bravo, di più». Il 30 agosto, da una telefonata tra Spinelli e Mora, si capisce che qualche soldo in anticipo già gira. Spinelli: «Scusi eh se la disturbo, è una domanda eh, la mia... eventualmente, se facessimo dei circolari le andrebbero bene oppure...?». Mora: «Benissimo anche quelli». Spinelli: «Ecco, allora mi facilita for se, allora tento quella strada lì, eh, dei circolari...?» (assegni). Mora: «Va benissimo, grazie ragioniere». E il 2 settembre, a ruota, è contento anche Fede: «Son contanti, no?». Mora: «No, no, cir... circolari». Fede: «Senti, casomai la mattina io fossi... posso mandarti uno... busta chiusa a ritirare?». Mora: «Si! Anche alle 11.00». Fede: «Eh! Mi fai un regalo, un regalissimo!». Spinelli, risulta il 27 settembre, ha una sola preoccupazione: e cioè che, quando Mora deve andare ad Arcore, non si faccia vedere troppo. Spinelli: «Per evitare e dare, non ho certo bisogno di spiegare a lei, ma è uno scrupolo che io ho adesso, dato che potrebbe incuriosire qualcuno che può essere lì fuori, capito?, anche se non so, forse non c' è nessuno, anziché entrare nel cortile principale...». Mora: «...entro da dietro». Spinelli: «Ecco, ecco, sì ecco». Mora: «Dalle cucine, va bene». Spinelli: «Se poi mi chiama...così le vengo incontro io intanto». L. Fer. RIPRODUZIONE RISERVATA **** 389 Le pagine delle intercettazioni allegate dalla procura di Milano

Ferrarella Luigi

Pagina 5
(18 gennaio 2011) - Corriere della Sera

Fede: manovra contro di me, 
la ragazza arrivò tramite Mora

Di queste cose al Tg4 non parlo, per rispetto verso i colleghi. Lo farò a Telelombardia e, forse, ad Annozero

 

Emilio Fede (a destra e Lele Mora (Photomasi)
Emilio Fede (a destra e Lele Mora (Photomasi)
MILANO - «Questa non è più roba da avvocati. È tutto gran lavoro per gli psichiatri». Emilio Fede è infuriato. Per comprendere l'ira del direttore del Tg4, serve una breve cronologia. Nella tarda mattinata di ieri, si diffonde la notizia che una memoria consegnata ai pm milanesi dall'avvocato di Nicole Minetti, Daria Pesce, chiama in causa Emilio Fede e Lele Mora come coloro che portano Karima «Ruby» El Mahroug alle feste di Arcore. In serata, arriva la precisazione della stessa Pesce, che «smentisce l'interpretazione che viene data alla memoria depositata questa mattina». Tutto a posto, dunque? Niente affatto: «Ho parlato con Pecorella - tuona il direttore del Tg4 - tutta la memoria è ritagliata per far risaltare le mie presunte responsabilità. Sono cose da pazzi. Qui ci vuole lo psichiatra».
Ma perché lo psichiatra? Cosa c'entra?
«Perché non è vero. Ed è assurdo che qualcuno si difenda dicendo cose non vere. Nessuno dice che sono stato io a portarla. Il presidente del Consiglio mi ha autorizzato a dire pubblicamente che io non ho mai portato 'sta ragazza a casa sua. Le pare che io spenderei a cuor leggero la parola del presidente? No, è una cosa da matti. A meno che...».
A meno che?
«A meno che non si punti a guadagnare credito con i magistrati, nella preoccupazione che dall'inchiesta possano emergere altre cose, cose diverse...».
Quali cose? Droga? 
«Io non lo so. Ma non capisco perché si debba insistere con questa versione che la stessa Ruby ha poi corretto».
Nel Tg4 non ha parlato di questa vicenda.
«Ci mancherebbe altro. Non l'ho fatto per la correttezza che devo a me stesso, ai colleghi, alla testata. Ne parlerò a Telelombardia e, forse, da Michele Santoro ad Annozero».
Perché forse?
«Dipende dal meteo. Se è brutto tempo, io non prendo l'aereo. Ma, d'altronde, a Michele ho detto che parteciperò solo in studio: voglio il ring. E poi, nei collegamenti da un altro studio non sento bene. Sa lui che cosa mi ha risposto quando gliel'ho detto? "È la prima volta che ti sento fare un riferimento alla tua età"». 
Da diverse intercettazioni emerge un suo ruolo nel portare alcune ragazze alle feste di Arcore.
«Ma và. Non è vero. Ma queste intercettazioni... Oggi le ho lette per la prima volta, è roba che fa orrore al garantismo. Badi che io sono favorevole alle intercettazioni. Ma quando servono a trovare Totò Riina. O a individuare il capo dei casalesi. Mica per capire se qualcuno ha palpeggiato qualcuna. Ma si rende conto? Sui giornali, intere paginate sui palpeggiamenti...».
In serata, Fede ha parlato davvero a Telelombardia. E ha detto che Ruby «è arrivata ad Arcore attraverso Lele Mora». L'agente non ha gradito e ha replicato poco dopo: «Il pesce, anzi la Pesce in questo caso, di solito butta l'amo. E oggi Emilio Fede ha abboccato».

 

Marco Cremonesi
19 aprile 2011

 

Caso Ruby, chiesto il rinvio a giudizio
per Fede, Mora e Minetti

I pm milanesi che indagano sulla vicenda hanno presentato la richiesta al Gup


 

Lelel Mora e Nicole Minetti
Lelel Mora e Nicole Minetti
MILANO - La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede accusati a vario titolo di induzione e favoreggiamento alla prostituzione, anche minorile, in relazione al cosiddetto «caso Ruby». I pm che indagano sulla vicenda hanno dunque deciso di inviare la richiesta al gup Maria Grazia Domanico.

 

LA RICHIESTA AL GUP - In un comunicato firmato dal procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati si legge che «è stata oggi trasmessa al giudice per l'udienza preliminare» la «richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Mora Dario, Minetti Nicole e Fede Emilio» per i reati di induzione e favoreggiamento della prostituzione di maggiorenni, che sarebbe stato commesso a «Milano ed altrove dagli inizi del 2009 fino al gennaio 2011», e per il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile che sarebbe stato commesso «in Milano e altrove dal settembre 2009 fino al maggio 2010». La richiesta di rinvio a giudizio, inoltrata al gup a cui spetterà fissare la data dell'udienza preliminare, è composta di 36 pagine e in essa sono elencati i capi di imputazione, che come ha precisato Bruti Liberati sono «rimasti inalterati», e l'elenco delle fonti di prova.

LE ACCUSE DEI PM - Nell'ipotesi accusatoria la Minetti, Fede e Mora avrebbero «adescato» Ruby a 16 anni, nel settembre del 2009, dopo il concorso di bellezza in Sicilia, a Taormina, dove la giovane marocchina era concorrente e il direttore del Tg4 era uno dei giurati. Ruby, secondo l'accusa, per 13 volte tra il 14 febbraio 2010 e il 1 maggio 2010 sarebbe stata pagata in cambio di «atti sessuali» con Silvio Berlusconi, che è già a processo accusato di concussione e prostituzione minorile (prossima udienza fissata per il 31 maggio). Inoltre, secondo l'accusa, i tre imputati avrebbero «arruolato» 33 giovani per le feste nella villa del premier ad Arcore «articolate» in tre fasi: una cena; il «bunga-bunga» composto da «spogliarelli e balletti erotici»; e la terza fase che sarebbe consistita nella scelta da parte del premier «di una o più ragazze con cui intrattenersi nella notte in rapporti intimi». Alle giovani che partecipavano alle feste, stando alle indagini, venivano dati soldi e altre regalie.

 

Il pm Ilda Boccassini e il procuratore Edmondo Bruti Liberati (Ansa)
Il pm Ilda Boccassini e il procuratore Edmondo Bruti Liberati (Ansa)
«L'ERRORE SU FEDE? SOLO FORMALE» - Nei giorni scorsii legali di Emilio Fede avevano invece chiesto l'archiviazione del caso per una serie di errori da parte dei pm, tra cui la presunta confusione di utenze telefoniche che avrebbe portato a scambiare, in alcuni atti, il numero di cellulare dell'impresario con quello del giornalista. Su questa questione il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha spiegato che l'errore di trascrizione di un'utenza telefonica, era «contenuto in un documento di lavoro, mentre nell'informativa finale il numero è esatto e su questo abbiamo lavorato».

 

 

Emilio Fede (Ansa)
Emilio Fede (Ansa)
«NON POTEVANO SMENTIRSI» - Nessuna sorpresa perEmilio Fede. Il direttore del Tg 4 spiega che «non c'è nulla di nuovo» e che la richiesta della Procura «era scontata e tutto è logico». «Sono otto, nove mesi - ha detto Fede all'Agi - che la Procura si occupa delle cene di Arcore, non poteva smentire se stessa. La richiesta di rinvio a giudizio sarà probabilmente accettata dal giudice perchè nessuno smentirà l'altro. L'unica speranza è il Tribunale». «I signori della procura - ha aggiunto Fede all'Ansa- hanno fatto un impianto accusatorio che non ha alcuna verità e lo sanno tutti, lo sanno anche loro. Lo sa anche la procura che io Ruby non l'ho portata ad Arcore: l'ho vista a Letojanni quel giorno di settembre e poi l'ho rivista ad Arcore il 14 febbraio dello scorso anno». Quanto al rapporto con Lele Mora, «qui nessuno vuole scaricare su nessuno. Come ha detto Berlusconi, Mora è un amico che lui ha aiutato e che conosce da anni. Io non ho avuto alcuna complicità con Lele Mora, lo conosco da tanti anni e con me è stato sempre una persona corretta».

 

«PER ORA NON PARLO» - Preferisce invece non rilasciare dichiarazioni, quanto meno non «a caldo», Nicole Minetti, dopo la richiesta di rinvio a giudizio che la riguarda . «Non dico nulla, non ne parlo. O almeno non adesso» ha tagliato corto il consigliere comunale, Minetti, interpellato telefonicamente, sempre dall'Agi, sulla decisione della procura. Nicole Minetti nei giorni scorsiaveva deciso di cambiare legale, l'avvocato Daria Pesce, per affidarsi a un avvocato di Rimini, che la difenderà con la collaborazione del professore Piermaria Corso. La consigliera regionale lombarda del Pdl, infatti, non sarebbe stata soddisfatta della linea difensiva scelta dall'avvocato Pesce e, in particolare, non avrebbe giudicato positivamente alcune affermazioni rilasciate ai media dal legale.

Redazione Online

 

 

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