VENDESI SINDACATO – IMPRENDITORE COSI’ COMINCIANO I PROBLEMI LA CASTA DEI SINDACATI CI COSTA 2 MILIARDI DI EURO

Sindacati la grande farsa

Commenti con i voti più alti

  • è incredibile che i lavoratori credano ancora ai sindacati….

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Sindacati montaggio
Linea anno XIV numero 5

Fatturati miliardari, bilanci segreti, uno sterminato patrimonio immobiliare e organici colossali con dipendenti pagati dallo Stato: una macchina di potere e di denaro temuta perfino dai partiti politici

In un mondo del lavoro ormai quasi completamente precarizzato, gli unici a possedere contratti a tempo indeterminato sono i sindacalisti a tempo pieno effettivo. Si tratta di una casta autoreferenziale e monocratica, abituata a muovere consensi e a gestire risorse senza dover rendere conto a nessuno.
Non era certo questa l’intenzione dei precursori delle prime forme di tutela del lavoro, allorché, agli albori dell’industrializzazione, ci si dava da fare per ottenere condizioni di vita un po’ più umane per le masse proletarie afflitte dalla miseria. Ma si sa che le strade dell’inferno sono immancabilmente lastricate di buone intenzioni. Diversi sono stati i tipi di sindacalismo che si sono via via succeduti all’interno del mondo produttivo della Penisola: tra queste, le più importanti sono le Commissioni interne, i Consigli di Fabbrica e le Rappresentanze Sindacali Aziendali.
Le Commissioni interne comparvero agli inizi del Novecento. Esse, negli anni dal 1919 al 1922, conobbero una fase di boom. Tuttavia, in seguito ai disastri provocati dall’integralismo massimalista d’osservanza sovietica scatenato nelle piazze italiane durante il famigerato “biennio rosso”, seguì un’indiscriminata messa al bando di tutti i sindacati. Come conseguenza di quelle sanguinose sollevazioni tese a instaurare anche in Italia una Repubblica popolare sotto l’egida della falce e del martello, durante il regime fascista Commissioni Interne et similia furono soppressi e sostituiti con il “Patto di Palazzo Vidoni” del 1925. Si trattò di un accordo stipulato fra la Confederazione generale dell’industria e la Confederazione nazionale delle corporazioni fasciste. Da questo cambiamento, però, i proletari del Belpaese non ci rimisero affatto. Anzi. A dispetto delle vestali dell’antifascismo duro e puro, fu proprio durante il famigerato Ventennio che la categoria dei lavoratori italici, tiranneggiata da una casta padronale miope e retriva, ottenne le concessioni più sostanziose. Giornata lavorativa di otto ore, pensione, previdenza sociale, sussidi per le famiglie povere, incentivi, ferie pagate, cassa malattia, cassa integrazione, colonie balneari per i più piccini, dopolavoro, mense, vaccinazioni. L’Italia, da fanalino di coda, balzò ai primi posti al mondo come welfare e Stato sociale avanzato. Le riforme varate all’ombra del Colosseo furono copiate da gran parte degli Stati europei alle prese con i postumi della Grande Depressione seguita al crollo di Wall Street, dagli Usa di Roosevelt (New Deal), dall’Argentina di Peron, dall’Iran e dalla maggioranza dei Paesi arabi. Tant’è vero che subito dopo il colpo di Stato del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre 1943, malgrado epurazioni e “spoyl system” adottati nei confronti di tutto quello che poteva avere a che fare con l’odiato regime, molte delle conquiste sociali promosse dal “puzzone” furono mantenute.
Dapprima venne stipulato un accordo fra le Confederazioni dei lavoratori dell’industria e la Confederazione degli industriali – il cosiddetto patto Buozzi-Mazzini – che reintroduceva nel settore delle relazioni industriali l’istituto delle Commissioni Interne, attribuendo alle stesse anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. Il 7 agosto 1947 tuttavia veniva varato un dispositivo che privava le Commissioni Interne di ogni potere contrattuale. La costituzione delle Commissioni Interne veniva delegata a gruppi di lavoratori se avveniva per la prima volta o se il mandato era scaduto. Se invece le elezioni avvenivano prima della scadenza del mandato, era la stessa Commissione Interna in carica ad avviare la procedura di costituzione. Le liste per le elezioni potevano essere presentate da qualsiasi lavoratore. Il numero dei componenti la Commissione Interna veniva determinato con un criterio direttamente proporzionale al numero dei lavoratori occupati in ciascuna unità aziendale. Le elezioni erano a suffragio universale, e ciascun lavoratore era chiamato a dare il suo voto per una lista all’interno della quale poteva esprimere preferenze. Il tramonto delle Commissioni Interne, avvenuto alla fine dei ’60, derivò dall’incapacità di dare una risposta esaustiva alla nuova domanda di partecipazione portata avanti negli anni 1968-69 dalle categorie emergenti del mondo del lavoro. Intanto nascevano nuove forme di rappresentanza. Si trattava di modalità di partecipazione che prescindevano dall’iscrizione o meno del lavoratore al sindacato. Erano nati i Consigli di Fabbrica. Inizialmente, questi presìdi sorsero in forma spontanea, in forte contrapposizione con le organizzazioni sindacali, ma la spinta della base fu irreggimentata già alla fine del 1969, e il progressivo riassorbimento venne istituzionalizzato con il patto federativo stipulato fra la Cgil, la Cisl e la Uil.
Era iniziata l’epoca d’oro della famigerata e onnipotente “Trimurti”, una confederazione a tre facce, ognuna con un referente politico ben determinato: il Pci per la Cgil, la Dc per la Cisl e il Psi per la Uil. Col patto federativo i Consigli di Fabbrica furono esplicitamente riconosciuti come l’istanza sindacale di base con poteri di contrattazione. Ma le fortune dei Consigli erano strettamente legate alle prospettive dell’unità sindacale e così, con la rottura del patto federativo iniziava il loro inesorabile declino. Un declino derivato anche da cause interne alla vita e all’organizzazione di queste categorie: l’eccessiva burocratizzazione, la settorialità e soprattutto la totale incapacità d’interpretare l’evolversi dei processi produttivi, di rappresentare adeguatamente le figure professionali emergenti e di fornire risposte alle conseguenze della globalizzazione.
Esemplari le vicende cui stiamo assistendo al giorno d’oggi a Pomigliano e Mirafiori. La nuova figura introdotta dall’art. 19 della Legge 300 del 1970 era costituita dalle cosiddette Rappresentanze Sindacali Aziendali (Rsa). A seguito della consultazione referendaria del giugno 1995, l’unico vincolo per un’associazione sindacale al fine della costituzione di una Rsa era quello di essere firmatari di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva. La Legge 300/1970 non diceva nulla sulle modalità di costituzione, sulla struttura organizzativa e sulle regole di funzionamento delle Rsa. La forma legale delle Rsa può essere la più svariata: un gruppo sindacale aziendale, un organismo eletto direttamente dai lavoratori con o senza liste, o un comitato, designato dal sindacato stesso. Sempre che vi sia stata l’iniziativa dei lavoratori e la rappresentanza sia riferita alla struttura organizzativa delle associazioni sindacali. Con l’introduzione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie – organo collettivo rappresentativo di tutti i lavoratori senza alcun riferimento alla loro iscrizione a un sindacato – l’istituto delle Rsa non è stato abolito.
Che dietro l’apparente efficienza del meccanismo si celasse l’inghippo del gioco delle parti ce n’eravamo accorti fin dai tempi in cui la Fiat di Gianni Agnelli, Presidente di Confindustria, stipulò con i confederati il famoso accordo per il punto unico di contingenza. Un clamoroso abbaglio che costò alla nazione un’inflazione a due cifre e un’esplosione della spesa pubblica dovuta alla lievitazione di risorse pubbliche destinate a supportare le imprese. Era la solita manfrina ormai ben collaudata nello sconquassato panorama produttivo tricolore.
Grazie a questo arzigogolo i nostri prodotti finivano con l’andare inesorabilmente fuori mercato Un momento di contrazione delle vendite e oplà, alla prima minaccia di licenziamenti la piazza si faceva rovente. A quel punto lo Stato-Pantalone, per non ritrovarsi migliaia di energumeni in strada a sfasciare macchine e a lanciare molotov, interveniva allargando i cordoni della borsa a suon di incentivi. Se poi neppure gli incentivi riuscivano a fare il miracolo, ecco scattare la puntuale svalutazione competitiva a mettere le cose a posto. Quella del punto unico di contingenza sulle prime sembrava la quadratura del cerchio. E per un po’ pareva che effettivamente, malgrado la voragine nei conti si approfondisse ogni giorno di più, tutti vivessero felici e contenti. Fino a che alla fiaba seguì un brusco risveglio, allorché, con l’adesione ai ferrei parametri di Maastricht, s’imponeva, invece della quadratura del cerchio, quella dei bilanci. Insomma: era arrivata l’ora della resa dei conti.
Oggi la prova provata di inquietanti contiguità, se non di vere e proprie connivenze, tra la Confindustria e la triplice sindacale sembra arrivare da un oscuro sindacalista, Roberto Di Maulo. Costui è il Segretario Generale della Fismic, organizzazione che rappresenta i dipendenti dell’industria e dei servizi, e che risulta del tutto estranea alla politica. «Il sistema degli enti bilaterali dei fondi (ovvero gli enti gestiti contrattualmente da sindacati e datori di lavoro che si occupano ad esempio di sanità integrativa) – ha spiegato il capo della Fismic – ha messo in piedi una sorta di casta tra sindacalisti e funzionari di confindustria il cui interesse è che il sistema non venga mai messo in discussione». La gherminella interesserebbe soprattutto «i fondi di enti bilaterali (quelli che gestiscono lo 0,30% del monte salari destinato alla formazione professionale tipo Fondi impresa di Confindustria)».
Secondo Di Maulo esisterebbe un tipo di gestione malata che favorirebbe soprattutto la cerchia esclusiva dei componenti il cosiddetto tavolo contrattuale. Secondo il sindacalista, si tratterebbe di un sistema organizzato scientificamente, con la promozione di convegni e iniziative realizzate con un enorme spreco di risorse pubbliche. Molti dei funzionari Cgil Cisl e Uil sarebbero conniventi. Si tratterebbe di una cupola che va da Confindustria a Confcommercio, con intrecci anche nel comparto delle assicurazioni. Ecco spiegata la tenace resistenza di Fim e Uilm a permettere la stipula di un contratto autonomo allo stabilimento Fiat di Mirafiori. Un sistema che funziona alla perfezione non andava cambiato per nessuna ragione. Per capire come funziona il trappolone, secondo il Di Maulo, basterebbe leggere con attenzione i bilanci. Un’altra partita sulla quale varrebbe la pena di soffermarsi riguarderebbe i fondi interprofessionali gestiti da Assolavoro insieme con Cgil, Cisl e Uil. Si noterebbe l’esistenza di reciproci interessi che si consolidano e si spalleggiano vicendevolmente. Insomma, ha sostenuto Di Maulo: «Perché Cgil Cisl e Uil litigano ma poi si ricompattano?». Sempre per bocca del sindacalista Fismic, centinaia di funzionari della triplice e di Confartigianato sarebbero pagati dal risparmio contrattuale. Da quello cioè che sindacati e datori destinano a un certo indirizzo, tipo la Sanità integrativa. «Si notano in alcuni casi costi di gestione che ammonterebbero al 50% del totale delle entrate derivanti dallo 0,30% del monte salari. Qualunque impresa al mondo con costi del genere sarebbe già chiusa». Il capo della Fismic ha poi ribadito che questa percentuale servirebbe a retribuire anche funzionari sindacali, assicurare pubblicità a organi d’informazione che fanno capo alla triplice, e indire conferenze. «C’è una dispersione di risorse in queste direzioni, osserva. In molti casi i diritti sindacali invece di essere usufruiti dalle organizzazioni di categoria, per esempio in ore d’assemblea e permessi, vengono trasformati in denaro che a sua volta viene utilizzato dagli enti bilaterali per assumere persone perlopiù a fine carriera con l’incarico di seguire le problematiche dell’ente, in questo caso riferito agli “artigiano- interinali”. Succede invece che queste persone, sebbene retribuite da un organismo specifico, continuino a occuparsi di tutt’altro: Fiat, telecomunicazioni, camere sindacali provinciali ecc. Ci troviamo davanti a retribuzioni che escono da permessi sindacali e ore di assemblee che i lavoratori non fanno. Ci sono decine di funzionari della Fiom che vengono pagati dall’ente bilaterale dell’artigianato e che invece sono impegnati sul terreno della Fiat e altro…».
Quanto sta avvenendo oggi tra la Fiat e la Fiom, che sembra più interessata ad acuire la frattura tra società e lavoratori con l’inevitabile delocalizzazione di una gran parte della produzioni della Fiat all’estero, richiama alla mente quanto affermato da Bonanni circa un anno fa in occasione della firma dell’accordo sulla riforma dei contratti osteggiato dalla Cgil: «…quello che è successo dimostra che il modello antagonistico si sta indebolendo e quindi i sindacati partecipativi si rafforzano. C’è chi pensa che se si crea un rapporto di forza politico allora si può imporre la propria posizione alla controparte».
Insomma la mentalità che ha condotto al suicidio di un certo modo di intendere il sindacato è: se la controparte, cioè l’impresa, chiude i battenti e le persone rimangono a spasso, chissenefrega. Tanto il sindacato è sempre foraggiato dai soldi pubblici. Quindi è più importante arroccarsi su rigide posizioni che prendere atto della cruda realtà. Quando si dice la (scarsa) immaginazione al potere.
Angelo Spaziano


“L’altra casta. Privilegi.Carriere.Stipendi. Fatturati da multinazionale. L’inchiesta sul sindacato�?, un documentato volume, edito da Bompiani, scritto da Stefano Livadiotti, firma del settimanale l’Espresso ( 236 pagine, prezzo 15 euro). Un libro che sicuramente susciterà feroci polemiche e scatenerà preoccupate reazioni da parte delle maggiori sigle sindacali italiane, messe impietosamente a nudo nei loro “affari economici�? che promuovono e gestiscono. L’autore definisce il sindacato italiano �? una casta ancora più ricca e potente di quella politica: quale partito può permettersi di spendere 50 milioni di euro per portare in piazza i propri iscritti come la Cgil nel 2002 ? �? e ancora �? il mio non è un libro contro il sindacato, ma contro la sua degenerazione: basti pensare che i parlamentari che hanno alle spalle una esperienza sindacale, se si mettessero insieme, sarebbero il terzo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato�?

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SINDACATO - IMPRENDITORE COSI' COMINCIANO I PROBLEMI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA LUNEDI 21 MARZO 2001

21/03/2011 | SINDACATO – IMPRENDITORE COSI’ COMINCIANO I PROBLEMI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA LUNEDI 21 MARZO 2001

 

PARTITI E SINDACATI FONTE SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA 17 MARZO 2001

21/03/2011 | PARTITI E SINDACATI FONTE SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA 17 MARZO 2001

La Cei: «All’elettore il reale potere di scelta e di controllo. Si affronti la questione del numero di mandati»

I vescovi: «La Carta non è intoccabile
Ineleggibilità per chi ha pendenze»

La Cei: «All’elettore il reale potere di scelta e di controllo. Si affronti la questione del numero di mandati»

Angelo Bagnasco
Angelo Bagnasco

CITTÀ DEL VATICANO – L’«ineleggibilità di quanti hanno pendenze con la giustizia» e la questione del numero dei mandati. Sono queste le due priorità da affrontare, secondo il documento conclusivo della 46/ma Settimana Sociale dei cattolici sottoposto al vaglio della Cei, che ritiene ormai non rinviabile una riforma del sistema elettorale. Nel documento presentato venerdì mattina, si chiede di «salvaguardare la democrazia» e su questo fronte, vendono individuati in particolare 4 punti: democrazia interna ai partiti, lotta alla criminalità organizzata, legge elettorale-forma di governo e federalismo. Il documento, inoltre, non contiene alcuna valutazione nel merito della riforma costituzionale della giustizia annunciata dal governo ma una considerazione generale sul fatto che «la Costituzione può ancora dare tanto al Paese e ciò non significa che sia intoccabile». «La Costituzione italiana – si legge nel documento – è frutto di una esperienza esemplare di alto compromesso delle principali culture politiche del Paese. Eventuali modifiche non devono stravolgerne l’impianto fondante definito innanzitutto nella prima parte».

 

«POTERE DI SCELTA ALL’ELETTORE» – Alla presentazione del documento hanno preso parte monsignor Domenico Pompili, direttore dell’ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e sottosegretario della Cei, monsignor Arrigo Miglio vescovo di Ivrea e presidente del comitato scientifico delle Settimane sociali e i due membri del comitato stesso Edoardo Patriarca e Franco Pasquali. Il documento conclusivo della Settimana sociale dei cattolici italiani si pronuncia «in maniera convinta per la revisione della legge elettorale a tutti i livelli e per tutte le istanze». Per la Cei «occorre dare all’elettore un reale potere di scelta e di controllo. Bisogna anche affrontare la questione del numero di mandati e dell’inelegibilità di quanti hanno pendenze con la giustizia». In particolare, durante la conferenza stampa di presentazione del documento, è stato affrontato il tema del rapporto tra eletti ed elettori: «Anche per i parlamentari più bravi e impegnati – ha spiegato Edoardo Patriarca, segretario del comitato scientifico della Settimana – non c’è la possibilità di rendere conto del proprio operato ai propri elettori».

I BILANCI DEI PARTITI – Attraverso il documento, infine, i vescovi chiedono che vi sia maggiore democrazia interna nei partiti politici e che vengano resi pubblici i loro bilanci. «Come sosteneva già don Luigi Sturzo – si legge – , c’è bisogno di una legge, coerente con i correttivi che vanno apportati alla legge elettorale e alla forma di governo, che disciplini alcuni aspetti cruciali della vita dei partiti, prevedendone la pubblicità del bilancio e regole certe di democrazia interna».

(Redazione online) 
11 marzo 2011

 

SETTIMANI SOCIALI

Cei: «Cattolici più impegnati
per il bene comune»

«Incoraggiare la riflessione nel nostro Paese dopo i giorni significativi della Settimana sociale dei cattolici italiani» che si è svolta a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre. Così mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato scientifico ed organizzatore delle Settimane sociali, ha introdotto la conferenza stampa di presentazione del documento finale che si è svolta questa mattina alla Radio Vaticana. «Vogliamo contribuire – ha spiegato il vescovo – ad aiutare una maggiore consapevolezza del bene comune». I lavori di Reggio Calabria stanno riscuotendo molta attenzione nelle realtà locali: «Sono state infatti molte le diocesi e le associazioni che hanno chiesto la collaborazione del Comitato per discutere di quello che è emerso durante le intense giornate dei lavori». 

«Lo scopo della Settimana non è quello di aiutare – ha aggiunto mons. Miglio – a discutere e intraprendere un cammino per una maggiore consapevolezza della ricerca del bene comune nel nostro Paese”. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presule ha quindi sottolineato che il Comitato organizzatore è un organo ecclesiale con un proprio statuto, nato per aiutare i cattolici ad una “riflessione comune sui problemi del Paese».

I tre relatori – insieme a mons. Miglio anche Edoardo Patriarca e Gianfranco Pasquali, rispettivamente presidente e membro del Comitato organizzatore – dopo aver riassunto il documento hanno risposto alle domande dei giornalisti. Patriarca ha precisato che il documento «non entra nelle vicende di questi giorni in quanto frutto dei lavori di un evento». 

L’intento – ha affermato – è quello di mantenere «alta» la riflessione per «non essere schiacciati dagli eventi sempre in evoluzione». Sul tema della Costituzione italiana e su una probabile modifica, Patriarca ha sottolineato che essa «contiene principi valoriali» ancora «molto attuali» e «l’impianto della Carta è molto positivo e può dare ancora molto al Paese». 

Questo «non vuol dire che non possa essere rivista ma non si può toccare o stravolgerne l’impianto portante». Sul tema della democrazia interna nei partiti, Patriarca ha quindi ribadito la necessità di procedure che «aiutino tutti, ed in particolare i giovani, ad una maggiore partecipazione». Nel documento «abbiamo dato una lettura anche preoccupata» della situazione in cui versa il nostro Paese, che «ha tante energie e risorse nei nostri territori che vanno valorizzati». Da qui una richiesta di «responsabilità ai cattolici italiani per un maggiore impegno per il bene comune».fonte avvenire

PARTITI E SINDACATI FONTE SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA 17 MARZO 2001

21/03/2011 | PARTITI E SINDACATI FONTE SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA 17 MARZO 2001

 

IL REGIME SI PRESENTA: LA CASTA FORMATA DAI PARTITI E DAI SINDACATI LETTERA PUBBLICATA DAL SETTIMANALE VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA E DAL SETTIMANALE IL PICCOLO DI CREMONA E CREMA.

Libri / L’altra casta 
di Stefano Livadiotti

di Stefano Natoli

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31 MAGGIO 2008

 

“Iperburocratizzata e autoreferenziale”, con organici e fatturati colossali, patrimoni immobiliari sterminati e bilanci rigorosamente segreti in barba ad ogni politica di trasparenza pretesa invece a gran voce da altre istituzioni della Repubblica. Stefano Livadiotti descrive così la classe sindacale italiana in questo volume edito da Bompiani che già dal titolo – ‘L’altra casta’ – fa capire di essere perfettamente in sintonia con l’ormai celeberrimo long-seller sullo strapotere della politica scritto l’anno scorso per Rizzoli da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Di strapotere, infatti, parla anche ‘l’inchiesta sul sindacato’ realizzata dal giornalista de l’Espresso, che racconta con estrema efficacia ‘privilegi, carriere, misfatti e fatturati da multinazionale’ di un’organizzazione che “ormai da tempo” non è più capace di “farsi carico” degli interessi generali del Paese, ma solo dei suoi iscritti. Peraltro sempre meno numerosi e “sempre più marginali rispetto al sistema produttivo nazionale”.

Concertazione degenerata in diritto di veto
Gli 11 milioni e settecentomila tesserati dei tre sindacati maggiori – scrive Livadiotti – è composto soprattutto da pensionati (49,16%) e i tesserati ancora in attività non arrivano alla soglia dei 6 milioni. Ben poca cosa – appena il 25% – rispetto al totale dei lavoratori in attività. Eppure i sindacati tendono a presentarsi come i legittimi rappresentanti dei lavoratori italiani e “in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto”, pretendono di “mettere becco” in qualunque decisione di valenza generale. Arrivando, non di rado, a rappresentare un freno allo sviluppo, come nel caso della vicenda Alitalia. Un “interventismo”, quello dei ‘tre porcellini’ (l’espressione riportata da Livadiotti è di Massimo D’Alema), che ha avuto come risultato – secondo l’autore – quello di acuire l’insofferenza nei loro confronti di strati sempre più vasti di popolazione. Ormai – stando a un sondaggio commissionato nel luglio 2007 dall’economista Tito Boeri – “solo il 5,1% degli italiani si sente adeguatamente rappresentato dai sindacati e ben il 61,6% dichiara di non nutrire nei loro confronti alcuna fiducia”.

I Caf una miniera d’oro, i patronati una riserva di caccia
Un sindacato, quello descritto dalla firma de l’Espresso, che “sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi, di Caf che assicurano una montagna di soldi esentasse, di patronati diventati vere e proprie ‘riserve di caccia’ con un giro d’affari annuo – ancora una volta esentasse – di 350 milioni di euro. “Una congrega sorda verso ogni forma di meritocrazia” che “ha finito per bloccare l’ascensore sociale, condannando i più deboli a restare tali”. Insomma – affonda Livadiotti ricordando la definizione data nell’estate del 2007 dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo – “il sindacato dei fannulloni, dei pensionati e dei dipendenti pubblici”.

Autoriforma non più rinviabile
Il libro, però, al contrario di quanto potrebbe sembrare “non vuole mettere in discussione il sindacato o disconoscerne meriti storici”, come quelli acquisiti nella lotta al terrorismo e con gli accordi contro l’inflazione “che hanno consentito all’Italia di agganciare il treno europeo”. L’obiettivo del volume, conferma l’autore in un’intervista a Radiocor, è semmai quello di denunciare “il processo di degenerazione che il ruolo del sindacato sembra aver conosciuto negli ultimi anni” e allo stesso tempo suonare un campanello d’allarme per costringere i suoi leader a correre ai ripari e a procedere il più speditamente possibile verso l’autoriforma della contrattazione – con il rafforzamento di quella di secondo livello – e la costruzione di un sindacato “moderno” e al “passo coi tempi”. Un sindacato che non dica sempre e solo no. Un campanello d’allarme, quello suonato da ‘L’altra casta’ che ‘i rappresentanti dei lavoratori’ farebbero bene ad ascoltare.

L’altra Casta
Stefano Livadiotti, Bompiani, pagg 238 – euro 15,00

MAGGIO 21 2009

Il feudo e la casta dei sindacati

 

sindacati

C’è una «gola profonda», un ex dipendente dei patronati determinato a squarciare il velo di omertà che avvolge gli enti sindacali che forniscono assistenza ai lavoratori in Italia e all’estero. E che ogni anno portano a casa circa 400 milioni (361 e rotti solo nel 2005, ma la cifra è destinata a crescere ogni anno) grazie alla trasmissione telematica di pensioni di vecchiaia, invalidità e anzianità, infortuni sul lavoro, malattie professionali, invalidità civile e assegni familiari. Una vera e propria macchina da guerra, il braccio operativo dei sindacati che si snoda in tutta Italia e nel mondo grazie ai suoi 10mila sportelli e 8mila addetti sparsi in tutto il mondo. I soldi ai patronati arrivano direttamente da un fondo, gestito dal ministero del Lavoro e finanziato ogni anno dallo 0,226% dei contributi obbligatori incassati da Inps, Inpdap, Ipsema e Inail. La parte del leone la fanno i patronati delle tre organizzazioni confederali: nel 2005 l’Inca Cgil, l’Inas Cisl e l’Ital Uil hanno incassato oltre 172 milioni.

Circa il 46% dell’intero fondo. Secondo i dati del ministero del Lavoro su 361 milioni di euro girati ai patronati dal fondo, 81.950.933 euro finiscono alla Cgil, 61.736.080 euro alla Cisl e 28.390.428 alla Uil. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha sottolineato «i problemi legati al finanziamento dei patronati». Rispondendo a una question time lo scorso 22 aprile, Sacconi ha detto che «il sistema attuale legato al coefficiente sul monte retributivo è «uno dei problemi da risolvere», così come il sistema delle convenzioni tra patronati ed enti previdenziali». Ma c’è dell’altro. «Dietro a questo vorticoso giro di denaro pubblico si nascondono alchimie contabili e azioni al limite della legalità, che nelle ispezioni ministeriali non sono mai emerse», dice al Giornale un ex impiegato del patronato ormai in pensione, che ha deciso di rivelare tutti i trucchi della potente macchina sindacale.

Come funziona il meccanismo del finanziamento? Attraverso un complicato meccanismo a punti, che il Giornale è in grado di spiegare. Un punto nel 2005 equivale a 53,46 euro per le attività svolte in Italia e 75,56 euro all’estero. Ogni pratica ha un punteggio, e dunque una «redditività» maggiore o minore di altre pratiche. Per esempio, secondo la tabella Inps degli interventi finanziati aggiornata a tutto il 2008 del ministero del Lavoro, l’assegno di invalidità vale 6 punti, come la pensione di inabilità. Pensione di anzianità, vecchiaia e superstiti vale 4 punti, il doppio della pensione sociale. Secondo la tabella Inail, invece l’indennizzo per malattia professionale o infortunio (non già denunciato) vale 6 punti, così come la costituzione e la revisione della rendita, attiva o passiva. La «richiesta di rendita a superstiti non titolari» vale 4 punti, mentre le pensioni privilegiate, dirette e indirette, così come quelle di guerra e quelle degli invalidi civili, ciechi e sordomuti.

Sei punti significano 320,76 euro a pratica se richiesta ai patronati in Italia, e 453,36 euro se richiesta presso un patronato all’estero. Un compenso per un lavoro che in pratica consiste nell’istruire una pratica o digitare il nome del pensionato in un database Inps. Molte altre pratiche, va detto, portano zero punti. Cioè è come se fossero interamente «a carico» dei patronati. Si tratta ad esempio di ricongiungimenti previdenziali o ricostruzioni pensionistiche ma anche pratiche ormai in disuso come le cure termali. Poi ci sono altre operazioni, come la cosiddetta dichiarazione reddituale (Red) per i pensionati. E qui il discorso è diverso. «In questi casi i patronati – sottolinea l’ex impiegato – a cui i pensionati si rivolgono più spesso che ai Caf – “girano” la dichiarazione proprio ai Centri per l’assistenza fiscale». Che per questa pratica incassano circa 15 euro. «Il patronato è una cinghia di trasmissione per il sindacato e per i Caf: ha sempre – e tutt’oggi lo fa nel corso dell’istruttoria delle pratiche istituzionali – acquisito i dati reddituali dei pensionandi e dei pensionati attraverso i modelli Red.

Ma stranamente l’Inps ha deciso di fare le convenzioni con i Caf e dare loro 15 euro per ogni anno che un pensionato deve dichiarare. Ed oggi che fa il patronato? Acquisisce sempre i Red e li passa al Caf, che a sua volta li trasmette per via telematica. E incassa». Il ministro Sacconi ha ricordato che «il nuovo regolamento in vigore dallo scorso gennaio è più rigoroso, restrittivo e utile a vigilare sulla loro operatività». Molte pratiche varranno meno, altre di più. Pensioni di vecchiaia, anzianità e superstiti varranno 5 punti, mentre saliranno a sei punti il riconoscimento della malattia professionale e del danno biologico. Ma i patronati prendono soldi anche in base alle loro sedi in Italia. L’articolo 8 del decreto ministeriale 764/94 prevede di assegnare 10 punti per la sede centrale, a patto che ci lavorino «in via esclusiva, almeno dodici operatori, di cui non meno di sei a tempo pieno». Due punti vanno a ogni sede regionale, a patto che ci lavorino «in via esclusiva almeno due operatori, di cui uno, a tempo pieno, sia responsabile della sede stessa».

Le sedi provinciali valgono 2 punti ciascuno, a patto che abbiano le stesse caratteristiche delle sedi regionali e che producano almeno 400 «punti attività», cioè porti a conclusione 400 pratiche da un punto, oppure 200 da due e così via. Un punto va invece a ogni sede zonale, in cui operi almeno un operatore (anche part time) che lavori 20 ore a settimana e che garantisca un’apertura per almeno 3 ore al giorno per 3 giorni a settimana. E che produca almeno 200 «punti attività». Un tetto che oggi è più facile da raggiungere anche grazie ai lavoratori stranieri, visto che da qualche anno al braccio operativo dei sindacati è stata affidata anche la gestione dei permessi di soggiorno. La richiesta, il rinnovo e il ricongiungimento familiare, che prima valevano «zero», dal 2009 valgono ciascuno 0,35 punti. Che in soldoni, secondo i parametri 2005 significa circa 19 euro l’una. Tanto, pagano i lavoratori. (Felice Manti – Il Giornale)

Una casta all’ombra dei suoi consolidati privilegi s’aggira per l’Italia, aprendo e chiudendo trattative sulla pelle ormai lisa dei lavoratori, oltre che dei contribuenti. E nel paese bollito in sacche di spreco, gonfie di fatturati miliardari e bilanci segreti, mentre lo Stato paga i settecentomila delegati (sei volte di più dei Carabinieri), che a noi costano 1 miliardo e 845mila euro l’anno, esce un libro, ustionante come acido muriatico negli occhi della Triplice. S’intitola «L’altra casta. Privilegi. Carriere. Stipendi. Fatturati da Multinazionale. L’inchiesta sul sindacato» (da domani in libreria, con lancio da strenna natalizia) il documentato volume Bompiani di Stefano Livadiotti, firma del settimanale «L’Espresso», che in 236 pagine (prezzo 15 euro) mette il dito su una piaga purulenta quanto quella dei partiti…

Se del Quirinale si sa che spende il quadruplo di Buckingham Palace, fare i conti in tasca all’altra casta, lardellata di un organico di 20mila dipendenti, è questione controversa, tanto diversificate risultano le sue fonti di guadagno. La slot machine più veloce coincide con le quote versate dagli iscritti: l’1 per cento della paga-base. E i pensionati? Fruttano circa 40 euro l’anno, che però fanno brodo, nel sostituto d’incasso complessivo: 1 miliardo l’anno…

All’erogazione di liquidità, poi, pensano le aziende, con le trattenute in busta paga ed ecco bypassato il costo dell’esazione. E i soliti pensionati, visto che anche la miseria è un’eredità? Provvedono gli enti di previdenza: nel 2006 l’Inps ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil…

Ogni anno, l’Europa manda in Italia 1 miliardo e mezzo di euro, per la formazione professionale. E 10 dei 14 enti, che annualmente si spartiscono metà dei finanziamenti nazionali, sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil. Ma la vera forza dell’altra casta viene dai beni immobili, patrimonio sterminato, tutto da dissotterrare, mentre la Cgil conta 3mila sedi in Italia, di proprietà delle strutture territoriali; la Cisl, 5mila e la Uil concentra gli investimenti sul mattone in una società per azioni, controllata al cento per cento dalla Labour Uil, con 35 milioni e 25mila euro di immobili in bilancio. Va da sé che gli inquilini Vip di tanto bendiddio abitativo sono loro, i vecchi mandarini con un piede nella jacuzzi ai Parioli a un altro sulla pista di Fiumicino… 

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«La jacuzzi? Uno dovrà pur lavarsi, no?». L’allora leader della Cisl Sergio D’Antoni finì dentro Affittopoli per quel suo modesto appartamentino di 219 mq ai Parioli, con due vasche idromassaggio, per 1 milione e poco più di lire al mese. Era il 1995, ma da allora non è cambiato niente. I sindacati si sono trasformati in gigantesche società di servizi alimentate da un sistema di autofinanziamento infallibile, al cospetto del quale impallidiscono anche i partiti. Per garantirsi i loro privilegi, i sindacalisti hanno colonizzato ogni settore e ogni categoria, succhiando oboli da tutti. Basta guardare a quanti contratti collettivi esistono in Italia: 800, secondo un’autorevole voce, quella di Guglielmo Epifani segretario della Cgil.

C’è un contratto nazionale per i tagliatori di sughero e uno per le imprese che producono ombrelloni, uno per i lavoratori di penne differente da quello per i lavoratori di matite, uno per i fantini di cavalli da corsa e un altro per i cavalli da trotto. A chi servono? Ai lavoratori poco, ai sindacalisti molto. Perché mentre il potere d’acquisto dei salari cala, i poteri del sindacato non vengono minimamente scalfiti dall’insuccesso.
Basta guardare il settore pubblico, il più sindacalizzato di tutti con percentuali bulgare di adesione tra i lavoratori. L’opera dei sindacati sembra finalizzata ad un solo scopo: far lavorare meno e con più privilegi i propri iscritti. 

I ferrovieri italiani, per esempio, scioperano in media due volte al mese, quelli svizzeri mai. I nostri ferrovieri godono di un contratto che li premia quando mettono piede su un treno (vedi scheda sotto), quando ritardano un po’ meno del solito, o quando sono impiegati su convogli con cuccette (chissà perché). Ma lo stipendio di un ferroviere svizzero è due volte più alto di quello italiano, segno evidente che i sindacati elvetici hanno fatto meglio il loro lavoro rispetto agli omologhi italiani. In compenso, i nostri non li batte nessuno quando si tratta di far incrociare le braccia. È stato calcolato che in un anno e mezzo in Italia (tra il 2005 e il 2006) sono stati proclamati 2.621 scioperi, cioè 4,8 al giorno, 27 volte più che in Germania, record in Europa. Il danno economico prodotto è enorme ma difficilmente quantificabile, ma basti pensare che un giorno di sciopero dei trasporti a Milano, nel 2007, è costato 254 milioni di euro di mancati guadagni.

I sindacati godono oltretutto di una «immunità» che li dispensa dall’obbligo di rendere pubblici i loro bilanci. Non si sa nemmeno con certezza quanti iscritti abbiano. Cambiano idea i loro stessi leader. Quando contrattano col governo dicono di rappresentare 11 milioni e 731mila lavoratori. Ma quando devono versare i c

Caste/3 L’Invincibile Armata del sindacato

20 Agosto 2007

1. Più che una fra le caste, quella sindacale sembra ormai essere diventata la casta per eccellenza. Non solo abbiamo due ex sindacalisti sugli scranni più alti della Camera e del Senato. Abbiamo anche diversi ministri, sottosegretari e presidenti di commissione a denominazione di origine sindacale controllata e garantita, per non parlare poi dei “parlamentari semplici”, degli amministratori regionali, provinciali e comunali. Insomma, a fronte della crisi di legittimazione dei partiti tradizionali, il sindacato è riuscito a conquistarsi un ruolo di supplenza di straordinaria efficacia. Al punto da aver messo definitivamente in crisi il tradizionale modello del sindacato “cinghia di trasmissione” dei partiti (della sinistra); oggi al contrario sembra che la politica (di sinistra ma – ahimé – talvolta anche di destra) sia ridotta a cinghia di trasmissione del sindacato!

Il sindacato è ormai uno dei protagonisti della dialettica politica fra gli altri: basti pensare ai tentennamenti di Epifani nella partita su pensioni e welfare, preoccupato di farsi scavalcare a sinistra da Rifondazione! Evidentemente sono lontani i tempi di Luciano Lama, capace di andare incontro ai fischi della base operaia.

Ma in tal modo il sindacato ha sostanzialmente abdicato alla funzione di rappresentanza generale dell’interesse del lavoratori. Il sindacato ormai rappresenta solo alcune ben delimitate aree del mondo del lavoro. Rappresenta essenzialmente i lavoratori di sinistra tutelati: quelli con contratti a tempo indeterminato, inseriti nelle fabbriche tradizionali, nel pubblico impiego, o i pensionati.

2. Per comprendere il ruolo sempre maggiore dei sindacati non basta però sottolineare la caduta verticale della legittimazione dei partiti. La domanda che sorge spontanea è infatti: in che modo il sindacato è stato in grado di accrescere la propria forza resistendo ai processi di secolarizzazione e di frammentazione della politica? Come ciò è stato possibile proprio in una fase storica caratterizzata da imponenti trasformazioni del mondo del lavoro che hanno segnato il definitivo superamento del modello di organizzazione industriale di tipo fordista che ha storicamente rappresentato il contesto naturale della crescita del sindacato?

Come è stato possibile che mentre gli iscritti ai partiti politici siano crollati dal 15% al 2% degli elettori nel corso degli ultimi venti anni, gli iscritti al sindacato siano cresciuti nello stesso periodo di circa il 30%? Un risultato quest’ultimo che appare del tutto incomprensibile se posto in relazione con la sostanziale chiusura sindacale nei confronti delle sfide posto dall’evoluzione del sistema economico, che ha posto in crisi la tradizionale tipologia di lavoratore che per decenni aveva  rappresentato il prototipo dell’iscritto al sindacato.

Certo alla base di tale successo c’è stata sicuramente un’efficace strategia di marketing che ha consentito al sindacato di rendere poco evidente lo squilibrio delle proprie strategie in favore degli insider ed in danno degli outsider. Il sindacato è infatti riuscito in questi anni a coniugare un’elevata quanto sterile dose di retorica e di demagogia, ad esempio in materia di precariato giovanile, con una ben più efficace azione di tutela degli interessi e dei privilegi di cui godono i dipendenti pubblici ed i lavoratori cinquantenni in odore di pensione di anzianità. In tal modo il sindacato è riuscito nell’obiettivo di rendere poco evidente il fatto che la vera causa della cosiddetta precarizzazione non è la legge Biagi o il pacchetto Treu, ma – più semplicemente – una normativa sul lavoro arcaica e pensata in relazione ad un altro contesto produttivo (si pensi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) che, combinata con l’evoluzione internazionale dei processi economici, ha spinto le imprese ad un utilizzo esasperato delle forme di flessibilità ammesse dall’ordinamento.

Ma non basta! La resistenza sindacale si basa anche su una serie radicata di privilegi personali ed organizzativi che hanno consentito alla casta sindacale di attraversare imperturbabile questo decennio turbolento. Decennio durante il quale tutti le casematte dell’oligarchia del potere sono state drammaticamente messe in discussione (Partiti della Prima repubblica, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Magistratura, televisione di Stato, Mediobanca, Partecipazioni statali, Banche pubbliche, financo la Juventus, retrocessa con ignominia in serie B). Tutte, proprio tutte, ad eccezione di una: il sindacato, che procede imperturbabile con il suo passo da pachiderma!

3. Il primo e decisivo privilegio è rappresentato dal regime delle trattenute sulle buste paga, operate dal datore di lavoro qualora il dipendente sia iscritto ad un sindacato. Tale meccanismo storicamente ha rappresentato un potente fattore di stabilizzazione della base associativa dei sindacati e della loro solidità finanziaria. La trattenuta infatti opera a tempo indeterminato sino a revoca espressa del lavoratore.  Ciò in pratica vuol dire che una volta iscritto ad un sindacato (semmai per ottenere i servizi di un patronato) un lavoratore resta nel sindacato finché morte non li separi. Le probabilità che un lavoratore esplicitamente si dimetta dal sindacato comunicandolo all’associazione o al datore di lavoro sono veramente minime, anche considerando i prezzi di saldo al quale sono fissate le quote di iscrizione (in molti casi meno di un euro al mese, a fronte del quale spesso l’iscritto può beneficiare di servizi della più svariata natura: polizze assicurative, assistenza legale gratuita, iniziative culturali e commerciali … ).

Il tema è spinoso al punto che nel 1995 si è anche celebrato un referendum popolare sulla questione. Il referendum, promosso da Giacinto Pannella (detto Marco), in un periodo nel quale il suo pendolo era orientato verso lib e non come oggi verso lab, abolì la disciplina relativa alle trattenute in busta paga per le quote sindacali. Il principio che si affermò era semplice: l’associazione sindacale è libera, ma chiunque voglia iscriversi al sindacato deve farlo autonomamente provvedendo in proprio al versamento della quota associativa (come per i partiti o per tutte le altre associazioni). Era anche un modo per costringere il sindacato ad una vera democrazia interna, basata – in primo luogo – sulla espressa manifestazione di consenso degli iscritti e non solo sulla mancata revoca di una volontà espressa anni prima.

Ebbene ad oltre dieci anni dal referendum nulla è cambiato. I contratti collettivi hanno reintrodotto la trattenuta in busta paga abolita dal popolo sovrano! E la cosa ancor più grave è che l’elusione della volontà popolare sia stata perpetrata non solo dalle associazioni degli imprenditori privati, ma anche dallo Stato e dalle altre amministrazioni pubbliche, le quali, almeno in teoria, dovrebbero nutrire un maggior grado di rispetto della volontà dei cittadini.

A completamento della tutela degli interessi sindacali, vi è poi la norma inserita in sede di conversione di un decreto legge del 1972, che consente la medesima facoltà anche per i pensionati che sono ormai il vero serbatoio di tessere del sindacato. Ad oggi, infatti, i pensionati iscritti a CGIL, CISlL e UIL sono quasi sei milioni, pari al 50% del totale, il che appare francamente paradossale per delle organizzazioni rappresentative dei lavoratori!

4. La vicenda è illuminante anche in un altro senso. Negli ultimi anni i contratti collettivi di lavoro sono diventati lo strumento principe per il sindacato per spuntare enormi privilegi al riparo dalle luci del procedimento legislativo. In sede di contratto collettivo del pubblico impiego, nella parte normativa del contratto, spesso si introducono misure di favore, che attenuano il rigore delle disposizioni legislative. Il vero guadagno del sindacato nei contratti di lavoro spesso non risiede nella parte relativa agli aumenti retributivi ai lavoratori ma nelle disposizioni che riconoscono privilegi alle organizzazioni!

Il caso più clamoroso è quello delle prerogative sindacali nel pubblico impiego. Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori scritto da Gino Giugni introdusse il diritto al mantenimento del posto di lavoro per la durata dell’incarico per i sindacalisti a tempo pieno. Lo Statuto, anzi, per rafforzare la tutela previde anche alcune guarentigie dirette a prevenire comportamenti discriminatori da parte delle aziende. Ma nessuno si era mai sognato di pensare che tali sindacalisti a tempo pieno dovessero essere retribuiti dall’impresa; aspettativa sindacale senza assegni ed è il sindacato a provvedere alla retribuzione dei suoi dirigenti.

Ebbene i contratti collettivi di lavoro del pubblico impiego hanno, alla chetichella, introdotto da diversi anni il principio opposto: i dipendenti pubblici in distacco sindacale continuano ad essere regolarmente stipendiati dalle amministrazioni. Comprese le progressioni di stipendio e la retribuzione di risultato, anche se i risultati per definizione un dipendente in distacco sindacale non può in alcun modo conseguirli! Tutto ciò più o meno all’oscuro della pubblica opinione e del Parlamento (il quale, se qualcosa sa, si guarda bene dall’occuparsene).

La cosa oltre ad essere singolare in sé, è assurda perché introduce un’odiosa discriminazione fra lavoratori pubblici e lavoratori privati. In tal modo, di determina anche un pericoloso incentivo alla sindacalizzazione integrale del pubblico impiego che rappresenta il principale ostacolo ai processi di modernizzazione delle pubbliche amministrazioni. Non è forse tale assurda disciplina di favore ad aver causato nel pubblico impiego la proliferazione di associazioni sindacali fantasma, che nascono si trasformano e muoiono proprio in funzione della ripartizione delle prerogative sindacali e dei distacchi in particolare?

Attualmente i sindacalisti a tempo pieno a spese di Pantalone sono oltre tremila, una quota dei quali sono addirittura dirigenti dello Stato o delle altre amministrazioni pubbliche.

Sempre a carico di Pantalone vi è poi la vicenda dei contributi figurativi pagati dallo Stato in favore dei dipendenti di imprese private in aspettativa per motivi sindacali. Un privilegio che un tempo era condiviso anche con i dirigenti di partito, ma che oggi solo i sindacalisti sono riusciti a mantenere.

5. Sul piano dell’insediamento sociale, occorre ricordare quella formidabile rete organizzativa rappresentata dai patronati. Si tratta di strutture, finanziate dallo Stato, che svolgono in primo luogo attività di assistenza ai dipendenti per le vertenze pensionistiche e di lavoro nei confronti delle imprese e dello Stato medesimo. La rete dei patronati, prevalentemente di natura sindacale, consiste in oltre 10.000 sportelli, i quali annualmente intermediano circa 6 milioni di pratiche. Il sistema viene finanziato a carico del bilancio pubblico con un’aliquota pari allo 0,226 % dell’ammontare complessivo dei contributi sociali riscossi dagli istituti previdenziali. Un montante immenso che produce un finanziamento considerevole (pari nel 2007 a circa 400 milioni di euro) e che si rivaluta automaticamente con l’aumentare delle entrate contributive. La rete dei patronati è capillare sul territorio nazionale ma comprende anche numerose sedi all’estero, le quali, nate per garantire assistenza ai nostri emigrati, oggi che il nostro Paese è diventato un importatore netto di forza lavoro sembrerebbero aver perso ragion d’essere. Ma naturalmente la capacità creativa degli imprenditori sindacali è notevole. E così, dopo l’introduzione di quell’infernale meccanismo voluto da Tremaglia per garantire il voto per gli italiani residenti all’estero, le sedi estere dei patronati sono diventati dei formidabili strumenti di organizzazione del consenso elettorale. Non è forse un caso che, come notava Giuliano Cazzola qualche settimana fa, l’unica circoscrizione estera nella quale la Casa delle libertà è riuscita a vincere è quella russa, zona dove, per l’appunto, non sono presenti patronati.

Anche i patronati furono interessati nel 1999 da una richiesta di referendum abrogativo promosso dai radicali. Ma a difesa della casamatta sindacale intervenne prontamente la Suprema Corte: il quesito popolare fu ritenuto inammissibile perché giudicato “non omogeneo”!

6. Un’altra rete capillare di insediamento sindacale è rappresentata da dagli innumerevoli comitati e commissioni degli enti di previdenza. Questi ultimi hanno un modello di gestione duale i consigli di indirizzo e di vigilanza (CIV), di designazione sindacale, che affiancano i normali consigli di amministrazione degli enti, i cui componenti sono nominati dal Governo. Ma il problema naturalmente non sono i CIV in quanto tali, la cui funzione non appare peraltro ben chiara. Il problema è piuttosto la pletora di Comitati amministratori dei fondi e delle gestioni nonché le Commssioni speciali (ad esempio per la Cassa integrazione) che, articolati a livello nazionale, regionale e provinciale, complessivamente includono quasi sei mila componenti, con un onere per i bilanci degli enti di svariati milioni di euro.

Una rete di poltrone così capillare da rappresentare il vero ostacolo al processo di riforma e di razionalizzazione degli enti previdenziali del quale si discute da tempo. Il solito Bersani nel decreto sulle “cosiddette” liberalizzazioni del giugno 2006 ci aveva provato: l’articolo 29 disponeva infatti un taglio del 30% del numero dei componenti di tutte le commissioni delle pubbliche amministrazioni, evidentemente inclusi comitati e commissioni degli enti previdenziali. Ma, come del resto avvenuto per la liberalizzazione dei taxi o per l’abolizione del PRA, durante l’esame parlamentare del disegno di legge di conversione del decreto, è stato indotto a più miti consigli. Ora il Governo si balocca sul progetto di unificazione degli enti previdenziali (il cosiddetto super INPS), dal quale favoleggia di poter ricavare risorse finanziarie cospicue a copertura della controriforma pensionistica. Il progetto, ove mai venisse realizzato, forse non consentirebbe risparmi per compensare gli effetti del’abolizione dello scalone Maroni, ma comunque implicherebbe il taglio del 80% del numero di poltrone. E c’è da scommettere che anche questa volta prevarrà una soluzione maggiormente equilibrata e ragionevole: il mantenimento dello status quo!

7. Un formidabile strumento di finanziamento e di insediamento organizzativo, affermatosi prepotentemente negli ultimi anni, è poi rappresentato dai entri di assistenza fiscale. I CAF rappresentano sicuramente la più importante semplificazione amministrativa degli ultimi 15 anni. Un’eccellente applicazione del principio di sussidiarietà nel rapporto fra Stato e cittadino che ha consentito di rendere orami lontani i tempi del modello 740 lunare, che per diversi anni ha infestato l’esistenza del contribuente medio.

Il fatto è che sin dall’origine tale attività, remunerata a carico del bilancio dello Stato, è stata conferita in regime di monopolio ai sindacati senza alcuna effettiva giustificazione. I CAF, cioè sostanzialmente i sindacati, ricevono 15 euro per ciascun 730 raccolto. La cifra moltiplicata per circa 15 milioni di dichiarazioni produce un volume di affari di circa 225 milioni, sostanzialmente al riparo da ogni pressione concorrenziale. La cosa è a tal punto anomala da aver anche determinato, a carico del nostro Paese, una procedura di infrazione comunitaria per illegittima restrizione della concorrenza.

Così nel 2005, durante il Governo Berlusconi l’attività di assistenza fiscale è stata finalmente aperta anche a coloro che dovevano essere i naturali destinatari di tale attività: commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro (e forse occorrerebbe estenderla anche ad altre categorie professionali, ad esempio i tributaristi). Ma a tutt’oggi l’attività è appannaggio esclusivo dei sindacati: alcune imperfezioni della legge (inizialmente non era stato previsto alcun compenso) ed alcuni ostacoli amministrativi (l’elevata polizza assicurativa  richiesta dall’amministrazione finanziaria) hanno impedito un’effettiva apertura del mercato. E così, solo alcuni mesi fa la Commissione europea è tornata alla carica ed ha chiesto spiegazioni al nostro Governo.

Ma non contenti del privilegio ricevuto i sindacati, grazie alla loro irresistibile fantasia imprenditoriale, stanno cercando di aumentare ulteriormente i margini di guadagno, andando ad occupare un “nuovo mercato” collegato a quello dell’assistenza fiscale. Secondo notizie apparse sulla stampa, i sindacati sarebbero, infatti, riusciti anche a mettere le mani su una quota significativa del 5 per mille dell’IRPEF, che, grazie alla riforma voluta da Giulio Tremonti, i contribuenti possono destinare al finanziamento di iniziative private di carattere sociale. I sindacati hanno infatti dato vita soggetti, fondazioni o associazioni, al solo scopo di intercettare una quota di tali risorse e così, secondo alcune indiscrezioni apparse sulla stampa, approfittando dell’incredibile vantaggio posizionale di cui godono nel rapporto con 15 milioni di contribuenti, inducono a destinare tali risorse in favore di loro medesimi. Se fosse vero sarebbe gravissimo: si tratterebbe di una disinvolta operazione di “marketing” fatta a spese di Pantalone ed a danno del vero volontariato.

 

8. Naturalmente la lista dei privilegi della casta sindacale non finisce qui. Questi sono i casi più clamorosi anche se spesso non adeguatamente conosciuti dalla pubblica opinione. Vi sono poi le situazioni storiche di radicamento sindacale, come, ad esempio, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) composto da 116 consiglieri designati per lo più dalle forze sociali. Un organismo previsto dalla Costituzione, una sorta di omaggio alla concezione corporativa dell’economia del periodo fascista, ma del quale ormai sfugge la funzione. Anche in questo caso da tempo si discute se abolirlo. L’aveva addirittura proposto la Bicamerale presieduta dall’onorevole D’Alema. Ma, come per molte altre delle “brillanti” idee di D’Alema, non se ne fece nulla.

Interessante è anche la vicenda degli immobili primi assegnati in godimento e poi, negli anni settanta, trasferiti in proprietà alle associazioni sindacali. Si tratta di un patrimonio immenso al punto che di recente lo stesso Epifani ha ammesso di non conoscere la vastità degli immobili posseduti dalla sola CGIL. La motivazione di tale massiccio trasferimento immobiliare è di carattere risarcitorio: messi al bando i sindacati dal regime fascista, la democrazia li indennizza regalando loro le case dei fasci e delle corporazioni. A noi piuttosto che un giusto risarcimento, sembra invece un inquietante segnale di continuità fra corporativismo fascista e consociazione sindacale democratica.

9. Il quadro che emerge è preoccupante. In questi decenni i sindacati sono riusciti, grazie a norme di legge o contrattuali di favore, a prassi tollerate dai pubblici poteri, a costruire un radicatissimo apparato al riparo delle sfide del mercato o della democrazia, che gioca un ruolo nient’affatto secondario nella situazione di ingessamento politico ed istituzionale nel quale versa il nostro Paese. Deve però esser chiaro che per recuperare al sistema maggiore capacità di governo, maggiore capacità decisionale e maggiore responsabilità politica, così fronteggiando l’antipolitica montante, occorre concentrarsi non solamente su prebende e privilegi dei nostri onorevoli senatori e deputati, ma soprattutto sulle vere strozzature che bloccano il sistema. Sarebbe forse il caso che i leader del nascente Partito democratico e del futuribile Partito delle libertà ripassino la storia inglese degli ultimi tre decenni, nei quali solo il durissimo scontro ingaggiato da Mrs. Tatcher con le potentissime Unions dei minatori inglesi ha reso possibile non solo uno spettacolare recupero di competitività di un sistema che sembrava vocato ad un inarrestabile declino, ma anche l’avvio di un corso politico di lunga durata, il New Labour di Tony Blair, che ha cambiato il volto ed il destino delle forze della sinistra europea.ontributi alla Confédération Européenne des Syndicats gli iscritti diventano magicamente 7milioni e mezzo.

 

VENDESI SINDACATO – IMPRENDITORE COSI’ COMINCIANO I PROBLEMI LA CASTA DEI SINDACATI CI COSTA 2 MILIARDI DI EUROultima modifica: 2011-03-21T07:16:00+00:00da mobbing21
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